Myth buster: burro di karitè

Myth buster: burro di karitè

Non posso nascondere che è uno degli ingredienti cosmetici che preferisco.
Si tratta di un tipico grasso vegetale, uno di quelli che a temperatura ambiente sono solidi o semisolidi, quindi chiamati burri anziché oli.
Ha buone qualità cosmetologiche ma molto simili a quelle di altri oli o burri vegetali.
Mi piace soprattutto che sia uno dei pochi ingredienti di origine vegetale che proviene prevalentemente da piante spontanee o selvatiche.
Infatti la pianta Vitellaria Paradoxa (Butirrospermum Parkii è un sinonimo) produce frutti da cui si puà estrarre il burro anche dopo 20 anni. Insomma è difficile trovare coltivazioni intensive di Karitè ed il mio ecologismo agnostico non ama particolarmente i prodotti vegetali che provengono da agricoltura intensiva.

Inoltre la fascia del karitè, l’area dell’Africa centro occidentale dove cresce ed è diffuso, è una delle più povere della Terra.
Non credo che il suo utilizzo cosmetico si possa considerare un atto “solidale” ma l’idea che in fondo alla filiera non ci siano dei latifondisti me lo fa preferire ad altri burri vegetali altrettanto pregiati.
Non esiste uno standard internazionale per classificarlo e la sua composizione può variare anche notevolmente a seconda dell’area di produzione e di come è lavorato.
La sua distribuzione di acidi grassi tipica vede variare il rapporto tra acido stearico e oleico, St/O , a seconda delle aree di produzione.
Molto vicino ed anche superiore ad 1 (tra il 40 ed il 45%) soprattutto nelle produzioni dal Ghana e Burkina Fasu.
Compreso tra 0,95 e 0,7 nel Benin, Costa d’Avorio, Mali, Nigeria.
Inferiore a 0,7 in alcune produzioni dall’Uganda, dal Ciad e dal Camerun ( quando il rapporto St/O si avvicina a 0,5 si tratta quasi più di oli che di burri) .

acido grasso concentrazione (%)
acido laurico 0-1,5
acido miristico 0-0,3
acido pentadecanoico 0-0,11
acido palmitico 3,2-12,1
acido stearico 22,5-50,2
acido oleico 39,3-68,0
acido vaccenico 0-0,73
acido linoleico 4,5-8,4
acido α-linolenico 0-1,6
acido arachico 0-3,5
acido gadoleico 0-0,39
acido beenico 0-0,15
acido lignocerico 0-0,11

Anche la frazione insaponificabile varia in composizione e quantità in funzione delle aree di produzione e presumibilmente delle condizioni climatiche.
Varie ricerche individuano una concentrazione più alta con climi più secchi.
La frazione insaponificabile rappresenta anche il 12,6% nel burro di karitè proveniente dalla Nigeria, per scendere anche al 3,7% per quello proveniente dalle zone più piovose dell’Uganda.
La frazione insaponificabile è dominata dall’ α-amyrin, un triterpene pentaciclico di cui sono stati studiati gli effetti anti-infiammatori nella applicazione topica (Otuki e al, 2005).
Come tutti gli oli vegetali formati da “normali” trigliceridi non presenta particolari pregi in termini di emollienza e riduzione della TEWL. Ma tra tutti i diversi tipi di burro di karitè si può anche utilizzare quello con un profilo di fusione che attraversando la temperatura della pelle riduce sensibilmente la concentrazione di solidi. Semplificando: quando la temperatura di scorrimento di un burro (pour point) è molto vicino a quella della pelle (31°)si possono ottenere effetti sensoriali molto particolari oltre che gradevoli. Il bravo formulatore può dosare le sensazioni nell’applicazione di un emulsione con burro di karitè creando sensazioni di alta scorrevolezza e spandibilità iniziali sostituite poi da un residuo vellutato, asciutto e non unto. Non male per una crema senza elastomeri siliconici.
Purtroppo non è facile ottenere questo con un burro di karitè qualunque ed allo stesso modo per inserirlo in un buon rossetto si devono accuratamente valutare cristallizzazione e profilo di fusione.
Ovviamente altri burri vegetali, con un simile profilo di acidi grassi possono sostituirlo egregiamente.
Al trading nei paesi d’origine è disponibile burro di karitè non raffinato, ricco di insaponificabili, con gradi diversi di qualità.
Nella maggioranza dei casi i burri di karitè non raffinati “originali” comportano una alta acidità, un elevato tenore di acqua oltre ad una probabile contaminazione batterica e fungina per quelli bolliti ed esiccati al sole. Inoltre alcune lavorazioni tradizionali, come la tostatura, introducono un rischio idrocarburi policiclici aromatici (PAH).
Insomma, non sono idonei per produzioni cosmetiche.
Anche colore e aroma possono pesare notevolmente. Il burro di Karitè non raffinato può avere un colore tendente al giallo indotto dai carotenoidi, che in certi casi può essere troppo intenso. Invece il profumo, tipicamente simile al cioccolato può con certe lavorazioni assumere note affumicate, da evitare più perché sgradevoli, infondo l’affumicato può anche piacere, perché sono indicative di un rischio contaminazioni.
Visto che praticamente tutto il burro di karitè sul mercato proviene dalla raccolta da piante selvatiche una eventuale classificazione del burro di karitè come “biologico” o da “agricoltura biologica” ha poco senso e si riferisce probabilmente solo a certificazioni sul processo di estrazione senza solventi.
Il “bello” del burro di karitè è che in gran parte viene lavorato con metodi tradizionali o con presso-estrazione a freddo in loco dove viene raccolto il frutto. Questo può essere anche il “brutto” del burro di Karitè, visto che alcune delle lavorazioni tradizionali possono introdurre fattori di rischio per la salute incompatibili con la qualità richiesta per le produzioni cosmetiche.
Successive post-lavorazioni (raffinazione, inter-esterificazione ecc.) del burro non raffinato ricevuto dai paesi produttori possono essere eseguite negli oleifici dei paesi avanzati, dove tra l’altro si può processare il burro di karitè in modo che sia conforme anche alle specifiche alimentari rispetto alla problematica aflatossine.
Grandi gruppi della cosmesi che hanno adottato il Karitè ( L’Occitane, Body Shop, ecc.) hanno fatto accordi per mantenere gran parte dei processi di estrazione e lavorazione in loco e per garantire la sostenibilità della sua raccolta.

Rodolfo Baraldini

pubblicato 03 ottobre 2015

Articoli correlati:

1ªparte – Oli vegetali nella cosmesi: Emollienza

2ªparte – Oli vegetali nella cosmesi: funzionalità degli acidi grassi.

3ªparte – Oli vegetali nella cosmesi: la frazione insaponificabile

Cosmetici primitivi, storici, tradizionali e anacronistici.

Riferimenti:

Processing and Storage of Shea Butter and Shea based Products
Immagini della raccolta
Immagini della produzione tradizionale: torrefazione e macina
Immagini della produzione tradizionale: separazione della pasta
Past climate changes explain the phylogeography of Vitellaria paradoxa over Africa
Maranz, S, Z. Wiesman, J. Bisgaard and G. Bianchi. 2004. “Germplasm resources of
Vitellaria paradoxa based on variations in fat composition across the species distribution range”. Agroforestry Systems 60:71-76).

Regional Variation in Shea Butter Lipid and Triterpene Composition in Four African Countries, D. DiVincenzo, R.Vito, S.Maranz, Z.Wiesman, A.Serraiocco, G.Bianchi
Supporting Sustainable Shea – A Case Study

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1 Commento

  1. Ciao Rodolfo, io utilizzo moltissimo il burro di karitè raffinato come crema mani e corpo…talvolta montato con qualche olio. Mi trovo benissimo ma ora leggendo questo articolo ho un po’ di timori. Come faccio a sapere se sono presenti aflatossine? non sono in grado di stabilire che tipo di procedure ha utilizzato l’azienda da cui lo acquisto per raffinarlo….? grazie mille

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