LO STANDARD EUROPEO PER LA CERTIFICAZIONE “NATURALE” DEI COSMETICI: non esiste !

LO STANDARD EUROPEO PER LA CERTIFICAZIONE “NATURALE” DEI COSMETICI: non esiste !

LA BUFALA “NATURALE”
Da anni ormai il mercato cosmetico vede una continua crescita della richiesta di prodotti cosiddetti ” naturali ” o “biologici”.

Il termine americano con cui si definisce tutta l’area del biologico, come viene inteso in europa: cioè agricoltura senza pesticidi ecc. ecc. è ORGANIC.

Nell’ambito di una tipica operazione marketing , chiamata dagli esperti del settore “greenwashing”, per vendere di più, tante marche e prodotti si sono “convertiti” al naturale o all’organic, dichiarando apertamente che queste erano specifiche qualità del loro cosmetico .

Peccato che nessuno sappia di preciso cosa significa essere “naturale” quando si parla di un prodotto o ingrediente cosmetico.

Il primo più evidente paradosso è che questi prodotti “naturali” ad esempio vantano spesso di non contenere paraffina o derivati del petrolio. QUESTO E’ UN ASSURDO (UN NONSENSE ESEMPLARE) infatti non c’è nulla di più naturale del petrolio, che non è altro che “fossile vegetale” che l’uomo si è ritrovato in natura , scavando qualche buca nel terreno.

In realtà il mercato confonde apertamente in questo caso il concetto di “naturale” con il concetto di “GREEN”, quindi ecologico, sensibile alle problematiche dell’ambiente. Ed in effetti il petrolio ed i suoi derivati, sono chiaramente “naturali” ma non possono essere considerati una risorsa rinnovabile.
D’altra parte non esiste una norma armonizzata e chiara che definisca cosa è “naturale” nell’ambito cosmetico, per questo è diventato normale che si autodefiniscano ed autocelebrino come “naturali” dei cosmetici che semplicemente non contengono paraffine o petrolati al loro interno.

Nella confusione generale, da tempo sono nate attività, a volte di natura privata ed a fini di lucro, per la “CERTIFICAZIONE”, di cosa era “naturale” o ” organic” e di cosa invece non lo era.

L’evoluzione storica di queste attività è stata costellata di disciplinari e prontuari caratterizzati agli inizi dalla superficialità ed incongruenza di alcune delle specifiche che venivano redatte. Visto che tutta la cosmesi pecca spesso di ascientificità se non illogicità dei suoi assunti, non deve stupire che i disciplinari di certificazione organic e naturale siano stati , almeno nelle prime formulazioni, costellati di nonsense.

Nel tempo, l’esperienza, ma anche il giro d’affari sono cresciuti enormemente ed oggi alcuni disciplinari non presentano grossolane incongruenze e possono essere considerati un punto di partenza per definire correttamente cosa è naturale o organic nel cosmetico e cosa non lo è.

Peccato che questo approccio privatistico, non consente di definire uno standard armonizzato, cioè certo e uguale per tutti.

Al contrario non mancano enti e marche che si vantano di applicare uno standard di certificazione europeo del cosmetico.

Questa pratica è stata giudicata, fuorviante ed scorretta ai danni del consumatore da parte della commissione europea, che è stata obbligata a redigere una nota a chiarimento.

AD OGGI NON ESISTE UNO STANDARD EUROPEO DI CERTIFICAZIONE DEL COSMETICO NATURALE O ORGANIC

Rodolfo Baraldini

Pubblicato il 22 marzo 2012

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3 Commenti

  1. Quello che dice è inopinabile. Mi permetto di aggiungere che le certificazioni odierne del “bio” e del “naturale” hanno attecchito a tal punto da essere determinanti nell’acquisto, sia da parte del consumatore, sia da quello del rivenditore.
    Ci sono molte piccole imprese italiane che producono cosmetici rispettando l’ambiente e stando attenti a ciò che usano, ma che tuttavia non ce la fanno a ricoprire il proibitivo costo, oltretutto annuale, richiesto dalle suddette certificazioni.
    In più, a queste stesse viene sbattuta la porta in faccia dagli stessi rivenditori in quanto i cosmetici che non hanno nessun tipo di certificazione, non sono acquistati. Oltretutto questa deve essere anche “famosa”, e quindi si va a finire alle “solite note” che chiedono somme da “pizzo”.
    Ai consumatori è stata instillata l’idea che se un cosmetico non è “marchiato”, non è affidabile. Per di più, questo tipo di certificazioni commette, a mio modesto avviso, un qualcosa che sfiora la violazione del know-how delle aziende, che dovrebbe essere privato. Infatti, come sa, è richiesta non solo la formulazione completa con le indicazioni esatte delle percentuali, ma anche le schede tecniche e tutto il materiale informativo relativo alle formulazioni che s’intendono certificare, come le informazioni relative ai distributori di cui si serve l’impresa X e tante altre. Trovo giusta la responsabilità sociale aziendale, ma non è questo il modo di attuarla. E, ahimè, so che questo rimarrà solo uno sfogo.

    • Davide, grazie per la testimonianza.

      Ritengo che il vizio di fondo , insanabile, di alcune di queste certificazioni sia la loro natura privata o privatistica.
      In sostanza: “il business delle certificazioni ” ne snatura inevitabilmente l’obbiettività .
      Tutti parlano delle agenzie di rating , del conflitto di interessi e del ruolo delle agenzie di rating nella grande crisi finanziaria…. è un discorso analogo.
      Quando un società privata, a volte a fini di lucro, vende un servizio di certificazione c’è sempre il ragionevole dubbio per il consumatore che sia tutta fuffa.
      Costruire l’autorevolezza di un marchio privato di certificazione è un problema marketing analogo a quello di costruire l’autorevolezza di un marchio cosmetico. C’è chi ci riesce e chi no.
      Non condivido , se non ho male inteso, i suoi argomenti sulla riservatezza delle informazioni tecniche.
      Formule e procedure di qualità devono essere comunicate in chiaro , altrimenti non si capisce come e cosa si possa certificare.
      Anche su questo argomento, il punto debole è nella natura privatistica dei certificatori, come implicitamente denuncia il comunicato della commissione europea.
      Sul fatto invece che debbano essere comunicate anche informazioni di natura amministrativa e commerciale, non posso che rispondere con uno scandalizzato :”NO COMMENT”.

      • Grazie a lei per il suo sito d’informazione ben documentata.

        Quanto alla riservatezza sulle informazioni tecniche, ribadisco che è una pratica quasi da denuncia e non capisco come mai i piccoli produttori non si siano ancora riuniti per opporsi. Mi spiego. Appoggio in pieno il fatto che i consumatori debbano essere informati su cosa usano, e che quindi le formule debbano essere rese visibili così come le procedure di qualità. Ma ho qualche riserva sul comunicare le % esatte e varie caratteristiche tecniche; come potrebbe tutelarsi un piccolo produttore che, magari non ha fatto la scoperta del secolo, ma ha però indovinato una combinazione di materie prime che in una certa % risulta efficace? Dico questo perché all’interno dell’organigramma degli enti di certificazione ci sono sempre e dico e ribadisco SEMPRE, delle persone direttamente, o indirettamente interessate al settore cosmetico; questi cari individui o hanno una attività di produzione di cosmetici vera e propria o ce l’hanno in maniera “indiretta”, e magari ne sponsorizzano qualcuna in particolare in veste di dermatologi o quant’altro.

        Il piccolo produttore, di fronte a questi “colossi” non può far nulla. E spesso soccombe. Magari lavora una vita su un prodotto per poi vederselo “scippare” da sotto al naso per queste sciocchezze, tra l’altro rese possibili dagli stessi consumatori cui quel produttore avrebbe voluto rivolgersi in maniera onesta.

        E’ lo stesso discorso, ma capovolto, per il settore degli alimentari, che magari fosse sottoposto agli stessi controlli di quello cosmetico!! Prendiamo l’esempio della nutella: gli ingredienti sono tutti riportati, ma la ricetta vera è segreta, e forse si nasconde sia nella vaga dicitura “aromi” sia, appunto, nella % di ingredienti e nella loro tipologia.

        Tornando alla certificazione, così, a titolo puramente informativo e nella speranza che più di un consumatore legga e passi la parola, mi permetto di aggiungere qualche altra considerazione.

        Il pagamento della certificazione, qualunque essa sia, è annuale anche se i prodotti certificati non hanno subìto alcuna modifica. Ciò non è giustificabile in alcun modo perché non ci sono ispezioni annuali.

        Bisogna consegnare loro tutte le informazioni tecniche, comprese quelle riguardanti i distributori. Questa è una vera e propria chicca perché, sempre in riferimento al piccolo produttore, magari c’ha messo un eternità a trovare il fornitore più affidabile, meno caro ma non perché la merce è di qualità inferiore ma perché semplicemente non subisce diversi passaggi di mano e…ZAC gli viene fregato da sotto al muso da una ditta cosmetica probabilmente legata a qualche personcina dell’ente di certificazione che gli ha passato l’informazione.

        Detto ciò, spero che la Commissione europea si renda conto di quanto sta succedendo e che dia qualche forma di protezione in più ai piccoli produttori che però non sia nell’agevolare i prestiti per poter poi pagare le certifica-pizzo!

        E spero anche che i consumatori la smettano di guardare ‘sti bollini, perché la fiducia non si regge dietro una prestazione monetaria.

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