La Surprise Chain Cosmetica

La Surprise Chain Cosmetica

Nella mia esperienza professionale, sono passato dalla direzione di aziende elettroniche/chimiche, di engineering fino a quelle cosmetiche, ho scoperto che la supply chain, cioè la catena di fornitura , la filiera di approvvigionamento è spesso anche la surprise chain.

Il trasferimento tecnologico, il know-how  di un mercato con un qualche contenuto tecnologico è fortemente condizionato dal know-how dei fornitori all’inizio della filiera.

Quindi escludendo i grandi gruppi industriali portati verso la integrazione verticale ed i rari casi in cui il know-how viene trasferito dal compratore al venditore, spesso il fornitore di materie prime è il principale responsabile della comunicazione a supporto degli ingredienti emozionali che il consumatore trova nel cosmetico.

Le ricerche , le misure e test sulla efficacia, funzionalità e sicurezza sono per lo più commissionati dai fornitori di ingredienti cosmetici e capita spesso che le aziende cosmetiche considerino i test sugli ingredienti come gli unici  a sostegno della efficacia del cosmetico.

Quando la pubblicità del cosmetico è limitata semplicemente al vantare la presenza in etichetta di un qualche ingrediente emozionale non è altro che l’appendice della pubblicità con cui sono state promosse e vendute al produttore del cosmetico le materie prime.

Spesso nella pubblicità di questi cosmetici si scopre l’effetto del copia-incolla presinaptico dove la comunicazione di un grande gruppo della chimica fornitore dell’ingredienti viene trasferita pari pari nella pubblicità del cosmetico finito, senza neppure un qualche adattamento alle tecniche di persuasione per il  consumatore finale, ma accade anche che il venditore del cosmetico si inventi di sana pianta claim sull’efficacia dell’ingrediente che non hanno alcun supporto.
Il tutto alla faccia delle linee guida sulla pubblicità del cosmetico che chiaramente ricordano come l’efficacia di un ingrediente non comporta l’efficacia del cosmetico finito.

E’ cosi che sono nate alcune mode per ingredienti emozionali  di cui tra le più ridicole ricorderei quella dei cosmetici con effetto ultrasuoni, quella dei cosmetici con cellule staminali vive e quella dei cosmetici con il veleno di vipera .

Parlando di Faciloneria Nel Cosmetico Fai da te facevo notare che il mercato delle materie prime cosmetiche, … rappresenta un enorme problema di affidabilità anche per le aziende cosmetiche ben organizzate e strutturate.

Maggiori controlli e una più attenta legislazione europea hanno notevolmente migliorato la situazione, ma per anni nel mercato delle materie prime cosmetiche ha regnato un preoccupante pressapochismo. Anni fa quando chiedevo una analisi di alcune materie prime potevo scoprire le cose più incredibili, oli essenziali diluiti e taroccati, olio di jojoba con un 80% di trigliceridi ( nel capitolato di fornitura era accettabile un max del 2% ) , materie prime conservate con thiazolinoni o formaldeide o benzoati non dichiarati, conservanti certificati eco-bio con dentro la Polyaminopropyl Biguanide , acido lipoico o linseed acid facilmente solubili in acqua, ecc. ecc.

Senza parlare poi delle impurità.  Questa problematica ovviamente dipende dalla affidabilità del fornitore, ma per quanto mi riguarda, anche lavorando solo con pochi fornitori di cui si è verificata l’affidabilità, capitolati di fornitura e audit sono indispensabili. Nonostante questo, una azienda cosmetica ben strutturata dovrebbe avere procedure di analisi e verifica delle materie prime in accettazione , cosa che nella maggioranza delle piccole aziende cosmetiche italiane non è possibile .

(visto che il blog è frequentato da un certo numero di professionisti della cosmesi, chi vuole aggiungere qualche esperienza di “inefficienza tecnica” nella fornitura di materie prime cosmetiche può farlo, basta non riportare il nome del fornitore)

Quindi prima di parlare del canale di fornitura delle materie prime per cosmetici autoprodotti, argomento che sembra interessare a tanti, penso sia giusto attirare l’attenzione su limiti ed inefficienze della filiera anche a livello di grandi produttori.

 
Rodolfo Baraldini

pubblicato 30 marzo 2014

 
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22 Commenti

  1. Già che ci sono segnalo anche un conservante molto in voga oggi, promosso da un bel bollino verde, che nell’INCI compare col nome di un fiore. All’interno contiene i 5 parabeni, anche i 2 ramificati, che ovviamente non vengono dichiarati in etichetta perché contenuti naturalmente e quindi l’azienda li cita, molto in piccolo a pag. 45 della brochure, come NO SYNTHETIC PARABENS.

    • Grazie per averlo ricordato, sarebbe da approfondire il discorso su questo bel fiore in cui gli esperti di cosmesi sentono il profumo di grapefruit seed extract.

  2. Se già parliamo della supply (surprise) chain, perchè non indicare pure il packaging??? In azienda dove lavoravo io spesso e volontieri esatamente questo punto risultava debole. La Direttiva Cosmetica obbliga anche i fornitori del packaging di fornire tutta la documentazione necessaria, però io non l’ho avevo mai vista in vita mia. Vorrei sapere il parere degli esperti su questa cosa. Grazie.

    • Anch’io penso che sul packaging ci sia ancora moltissimo da fare.
      Anni fa ci mettemmo mesi a capire perché alcuni pack plastici ingiallivano se c’era del tocopherolo nel prodotto…. La risposta del fornitore è sempre la stessa. I test di compatibilità sono responsabilità di chi produce il cosmetico.

  3. Grazie Rodolfo, i tuoi articoli sono davvero molto ben fatti. Col tuo blog si stanno iniziando a sfatare certe falsità cosmetiche che, grazie al calderone-internet, e alla strana necessità di alcuni soggetti con viscerale atteggiamento polemico, stanno condizionando la vita di molte aziende e produttori. Io ho la fila di persone che mi chiamano per avere prodotti senza questo o quello. Volevo fare un appunto su una materia prima, visto che in questo articolo si parla proprio di questo argomento, in particolare sull’insaponificabile di oliva. Bene, prima di fare la cosmetologa ho lavorato all’Università (ho un Dottorato in Biotecnologie degli Alimenti) e saponificavo spesso gli oli per analizzare in GC o HPLC la frazione sterolica. Il processo di saponificazione è piuttosto laborioso, da 1 litro di olio ottieni pochi grammi di insaponificabile che ha un aspetto ceroso e per analizzarlo devi per forza solubilizzarlo. In cosmesi utilizzo spesso l’insaponificabile di oliva e tutte le volte che prendo in mano la bottiglia, è fluido e costa relativamente poco paragonato alla mole di olio di oliva che occorre per produrlo, lo guardo con un punto interrogativo. Ma nessuno finora mi ha dato alcuna spiegazione ….. Con stima Giulia Penazzi

    • Grazie per la segnalazione, io nella mia ignoranza non ho ancora capito come fa un olio essenziale di menta di cui dichiarano contenere il 60% o 70% di mentolo ad essere così bello liquido. Il costo industriale degli insaponificabili dell’olio di oliva per quanto ne so potrebbe essere relativamente basso se vengono estratti distillandoli dal residuo del processo di deodorazione e si avrebbe un insaponificabile più liquido, con più squalene . A questo punto mi domando però come farebbero a stabilizzarlo… bha! materia troppo difficile per me. Ricambio la stima, Rodolfo Baraldini

  4. Visto che lo evidenzi con una vignetta, anche il Sodium Myreth Sulfate e tanti altri tensioattivi forniti in bulk al 30% sono conservati. Dopo anni che non ci hanno detto nulla adesso , il principale fornitore adesso dichiara :
    Formaldehyde (300 – 450 ppm HCOH).
    A parte che nessuno poi lo riporta nell’etichetta del cosmetico, anche questa informazione è discutibile.

    • Adesso alcuni fornitori utilizzano il katon per cinservare le materie prime, visto che formaldeide e parabeni non sono più di moda. Sono ovviamente tutti ingredienti a pallino verde :) ::)

    • Non condivido l’insensata campagna allarmistica sui cessori di formaldeide. So che l’utilizzo della formaldeide per conservare questo tipo di materie prime è diffusissimo. Non so se sono ingredienti a pallino verde o meno. I grandi gruppi della chimica, prima non la dichiaravano neppure, ma adesso che la dichiarano mi piacerebbe spiegassero come e se la stabilizzano perché non si formi paraformaldeide. Lo sanno che l’alcol metilico non può entrare in un cosmetico ?

      • Come mai è così importante impedire la formazione di paraformaldeide? Non è anch’essa considerata un conservante?

      • non lo so, penso che nella formalina mettano anche un 10% di alcol metilico per mantenere in soluzione il monomero idrato ed impedire che precipitino i polimeri . La forma solida non so come e chi la stia utilizzando .

  5. controlli sulla materia prima????? spesso solo sulla carta in fondo tutti (o quasi) si affidano al fornitore di materie prime forse leggere più attentamente le schede tecniche e quelle di sicurezza….. (purezza chimica) potrebbe fare la differenza anche fra uguali conservanti di diversi fornitori. poi i claims….!!!! ormai hanno invaso il mercato facendo si che la comunicazione “persuasiva e convincente” in più “l’effetto esposizione” hanno manipolato il consumatore anche quello più “consapevole”
    grazie per questo articolo sempre grande dr. baraldini (posso rubare le immagini vignette? sono molto significative)

    • certamente puoi utilizzare le immagini.

  6. Salve. Sarebbe interessante leggere un approfondimento sui conservanti. Soprattutto per capire bene la questione “rilasciatori di formaldeide”, “allergizzanti”. Per comprendere meglio quali effettivamente possano considerarsi pericolosi.

  7. bell’articolo!peccato che poi come dice un altro utente non si possa intercettare mai il cosmetico farlocco ( a parte le tre grandi categorie che hai citato tu che sono le più vistose)…

    • bentornata, come districarsi in un mercato ad alta densità di raccontaballe ? non so! pensavo di parlarne anche per chiarire meglio la mission del blog.

  8. Apprezzo molto, i suoi articoli sig. Baraldini, mi sorge spontanea una domanda, quando si scopre una omissione di questo genere ( ad esempio formaldeide non dichiarata), non si tratta di frode a danno dei consumatori? Come si fa per tutelarci? E chi scopre tali omissioni, a chi si dovrebbe rivolgere per farlo presente?
    Perdoni l’ignoranza mi sto avvicinando da qualche anno al settore, ma gli studi che sto effettuando sono tutt’altro che scientifici, per cui l’approccio mi è piuttosto complicato

    • Per favore diamoci del tu. Posso sempre dire qualche fesseria , ma tra le mie infinite incompetenze c’è quella sul diritto e sulla interpretazione della legge, per questo non so rispondere con certezze.
      Personalmente seguo alcune procedure:
      1° contattare il fornitore, molte volte si tratta di negligenza e quando viene segnalata la cosa, spesso rimediano.
      2° cambiare il fornitore,
      Se parliamo di consumatore finale, il responsabile della messa sul mercato è di chi ci mette il marchio o dell’ importatore.
      Eventuali “errori” o frodi dei fornitori di materie prime o dei produttori conto terzi non esimono chi mette sul mercato dall’eseguire tutti i controlli e procedure per impedire che questi “errori” o frodi ricadano sul consumatore.
      Se la cosa comporta danni per la salute ci si deve rivolgere a medici USL dove dovrebbero attivare le procedure di cosmetovigilanza ecc. se il danno è economico ci si rivolge ad avvocati.
      I controlli sul mercato ,veramente assidui e diffusi nell’alimentare, nel cosmetico sono quasi inesistenti e non mi risulta esistano uffici e procedure che consentano al consumatore di segnalare “irregolarità” cosmetiche.

      • Grazie per la risposta! Sicuramente chissà quante volte allora mi sarà capitato di acquistare qualcosa con ingredienti “occultati” :/… il problema é che difficilmente il consumatore finale potrà mai accorgersene. Praticamente bisognerebbe mandare a far analizzare tutto ciò che compriamo, impensabile!

  9. Fino a poco tempo fa lavoravo per un’azienda che produce estratti vegetali per l’industria cosmetica. Gli ingredienti dichiarati (e quelli non dichiarati) e le concentrazioni negli estratti finali erano diversi da quelli effettivamente usati (persino la specie botanica a volte totalmente diversa). Eppure basta che un cliente faccia una “corsetta” in HPLC per vedere l’orrore di quei prodotti. Purtroppo nessuno lo fa perchè l’importante per loro è mettere tanti nomi in latino in etichetta, poco importa la qualità effettiva degli ingredienti. C’è un abisso tra quello che mi hanno insegnato all’università (le regole, le prassi da seguire, l’etica) e quello che c’è nel mondo industriale e questo mi deprime tantissimo perchè o ti adatti o sei tirato fuori. Per quanto mi riguarda…mi hanno buttato fuori perchè non mi adattavo e perchè volevo cambiare le cose!

    • Mi perdoni l’ingenuità,non ci sono controlli né nulla? Come ci si fa a difendere?

    • Grazie per la testimonianza
      Anch’io ho avuto molti problemi di affidabilità con estratti o derivati vegetali.
      L’analitica di ingresso con HPLC in accettazione è praticata da pochi, pochissimi, anche per alcune oggettive difficoltà. Nelle aziende in cui ho fatto consulenze ho visto funzionare egregiamente la IR_NIR con cui gli svarioni più macroscopici si riconoscono rapidamente.

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