L’ INCI, questo sconosciuto.

L’ INCI, questo sconosciuto.

A giudicare dal numero di eventi, incontri , seminari che hanno per titolo: “imparare a leggere l’INCI”, viene da pensare che l’analfabetismo di ritorno sia più diffuso di quanto si pensi. Perché “imparare a leggere”? Possibile che la lista ingredienti di un cosmetico sia così indecifrabile?

Leggere attentamente le etichette, anche nelle parti scritte in piccolo, è atto di grande consapevolezza e responsabilità. Nei limiti degli obblighi legali e dell’onestà e correttezza del produttore, il consumatore leggendo le etichette si informa sul prodotto; può scegliere il prodotto più vicino alle proprie esigenze; può farsi una idea del rapporto qualità/prezzo; può individuare eventuali rischi e pericoli associati al prodotto. Non è poco ! Tra l’altro leggere l’etichetta può essere una delle principali interazioni del consumatore con la marca che portano alla decisione di acquistare.


Storia dell’INCI

L’esigenza di attribuire in modo sistemico una nomenclatura standard agli ingredienti cosmetici fa nascere all’inizio del 1973, all’interno della associazione delle industrie cosmetiche USA su sollecitazione della FDA, un dizionario base degli ingredienti cosmetici, chiamato CTFA-Adopted Names.
Non erano ancora in vigore obblighi come quelli attuali di pubblicare in etichetta la lista ingredienti e la nomenclatura sistematica degli ingredienti era praticamente tutta in inglese. Solo nel 1993 gli Adoped Names vengono ribattezzati “INCI” (International Nomenclature Cosmetic Ingredients) adottando regole di nomenclatura sistemica accettabili internazionalmente. Nel 1995 la nomenclatura degli ingredienti di derivazione vegetale adotta la tassonomia linneana per la definizione di tutte le piante, con genere e specie in latino. Sempre nel 1995 la FDA americana accetta l’utilizzo dei nomi latini anziché in inglese anche nelle etichette cosmetiche circolanti negli USA. Solo dal 2006 negli INCI degli ingredienti derivati dai vegetali viene esplicitata la parte della pianta da cui derivano. Finalmente si può distinguere ciò che viene estratto da un fiore da ciò che viene estratto dalla corteccia della stessa pianta. Similmente al sistema INN nei farmaci, nell’INCI sono registrati nomi non proprietari. La problematica dei nomi non proprietari si riferisce al nome uniforme da dare agli ingredienti in modo che possa essere utilizzato da tutti senza i vincoli degli eventuali marchi registrati. Quando una industria registra un nome di un composto chimico, che sia utilizzato nei farmaci o nei cosmetici, questo nome può essere utilizzato solo dal proprietario del marchio o su sua autorizzazione. Servono nomi utilizzabili da tutti e per questo nei farmaci è stato introdotta la nomenclatura INN o DCI regolata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Mentre la nomenclatura standard degli attivi farmaceutici è emanazione di un ente sovranazionale collegato alle Nazioni Unite, quella del cosmetico è ancora in capo ad un comitato, l’ International Nomenclature Committee (INC), emanazione del CTFA, oggi Personal Care Product Council, cioè l’associazione delle industrie cosmetiche USA, che lo sponsorizza. Dal 1995 il sistema INCI, con passi successivi, si è orientato a soddisfare le esigenze di sempre più nazioni. Nel 1997 il dizionario redatto dal CTFA è stato adottato senza traduzioni nella Unione Europea. Oltre alla stretta collaborazione tra l’associazione delle industrie Usa ed il Colipa (l’associazione delle industrie cosmetiche europee oggi chiamata Cosmetic Europe) nel comitato INC siedono rappresentanti delle industrie canadesi e giapponesi. Il processo di armonizzazione internazionale del sistema di nomenclatura degli ingredienti cosmetici è laborioso e lungo, solo recentemente, 2 anni fa, la Cina ha fornito le traduzioni cinesi dei circa 8000 ingredienti utilizzati nei suoi cosmetici. Solo nel 2015 sono state sviluppate le traduzioni in koreano.

Limiti, pasticci ed errori

Il sistema INCI funziona ma è risultato di una serie di regole ed obiettivi che si è data l’industria cosmetica, in primis quella americana, non è il prodotto di una norma nazionale o sovranazionale. Non ha quindi l’autorevolezza di altri sistemi di nomenclatura, come ad esempio lo IUPAC per la chimica e l’INN per i farmaci. Ma è quanto di meglio oggi presente per denominare in modo univoco ed uniforme gli ingredienti cosmetici.
Eppure nel sentire comune, ma anche per alcuni professionisti, il fatto che ad una sostanza sia attribuita una denominazione INCI la carica di significati impropri.
La prima baggianata, incredibile quanti esperti e professionisti della cosmesi continuino a pensarla così, è che una sostanza si può utilizzare nel cosmetico solo se ha un suo nome INCI. Falso ed anche insensato. Le norme europee del cosmetico, al momento quelle redatte con maggior rigore, definiscono esplicitamente cosa fare per utilizzare ingredienti cosmetici che non hanno alcuna denominazione INCI. Ho visto anche sentenze, all’interno delle solite liti giudiziarie per l’utilizzo di un marchio, dove l’errato convincimento che il nome INCI sia una sorta di validazione influenzava il giudizio. Al contrario, l’attribuzione di una denominazione INCI non comporta alcuna valutazione sulla purezza, efficacia, sicurezza, idoneità, funzionalità di una sostanza.
Oltre a non definire la purezza poi le denominazioni INCI possono consentire ampie variazioni nella composizione di un ingrediente. Ad esempio con il termine EXTRACT in genere si caratterizzano centinaia di estratti vegetali, definendone solo la pianta e la parte della pianta da cui sono estratti, ma la loro composizione, se estratti con CO2 supercritica o con acetone, può essere molto diversa.
A questo si aggiunga che un nuovo nome INCI viene dato dal INC a seguito di una richiesta, application, fornita dall’industria che vuole registrare un suo prodotto.
Un produttore di materie prime utilizzabili nella cosmesi è portato ad adottare una denominazione commercialmente accattivante, visto che poi entrerà in etichetta.
Non so come, ma l’INC ha approvato anche INCI come : ELGUEA CLAY, per denominare i fanghi di una stazione termale cubana.
Il comitato INC ha poi ricevuto application dove venivano proposti nuovi nomi INCI che erano in effetti spot pubblicitari.
Estratti o oli “organic” per cavalcare la moda del eco-bio, sostanze dove da qualche parte doveva brillare il termine “stem” per cavalcare la moda delle staminali, ma anche estratti “enzymatic” e altri nomi con cui si cercava di differenziare o in qualche modo qualificare un nuovo ingrediente cosmetico.
Il comitato INC, più il sistema INCI ha assunto una sua valenza internazionale, più ha cercato di limitare certi tentativi “commerciali” di registrazione di nuove denominazioni.
Il termine “stem” rientra solo come parte botanica, intendendo lo stelo o il gambo, mentre estratti da colture di cosiddette staminali vegetali sono denominati “meristem cell extract” o “meristem cell culture”.
Il termine “organic” non è stato accettato in nessun nuovo INCI e le marche americane del segmento eco-bio lo inseriscono arbitrariamente a loro piacimento nella lista ingredienti, le più corrette tra parentesi come se fosse un “trivial name”.
Consultando le monografie del dizionario INCI si scoprono alcune incongruenze rivelatrici di come sia complesso definire una nomenclatura sistemica, il più possibile su basi scientifiche, degli ingredienti cosmetici che vengono proposti dall’industria.

Limiti, pasticci ed errori del comitato che assegna i nomi INCI

Capita non raramente che le denominazioni non siano univoche.
Così qualcuno ha registrato l’estratto di prezzemolo con l’INCI: CARUM PETROSELINUM EXTRACT e qualcuno con PETROSELINUM CRISPUM EXTRACT e sono esattamente la stessa cosa.
Il problema della non univocità di alcuni INCI emerge sia quando il nome botanico prevede vari sinonimi, sia quando sono presenti varie sottospecie e varietà, sia quando fanno grossolani errori di sintassi o trascrizione.
Ricordo il caso di un ingrediente TOTEM che ha caratterizzato alcune linee cosmetiche, conosciuto come olio di rosa mosqueta. La rosa mosqueta non è una specie di rosa definita. Rosa mosqueta è il nome comune in sudamerica di tutte le rose selvatiche, quelle con frutto. Gli INCI disponibili per il loro olio fisso sono:
ROSA CANINA FRUIT OIL
ROSA EGLANTARIA SEED OIL
ROSA MOSCHATA OIL
ROSA MOSCHATA SEED OIL
ROSA RUBIGINOSA SEED OIL
poi ci sarebbe anche, ma poco diffusa in sudamerica
ROSA ROXBURGHII SEED OIL .
La specie più diffusa è la ROSA CANINA.
ROSA RUBIGINOSA e ROSA EGLANTARIA (ma i database tassonomici la chiamano EGLANTERIA e il dizionario INCI riporta un errore di sintassi) sono sinonimi, quindi la stessa cosa.
In questo pasticcio botanico, molti produttori di cosmetici, in etichetta riportano il ROSA MOSCHATA SEED OIL visto che ha il nome che ricorda di più la rosa mosqueta sudamericana anche se come specie la Rosa moschata, in sudamerica dove l’olio viene prodotto, è la specie meno diffusa.

Il comitato che decide ed attribuisce le denominazioni INCI non è propriamente un comitato scientifico; sponsorizzato dalle industrie, deve mettere ordine nelle richieste che le industrie stesse gli fanno per introdurre sul mercato un nuovo ingrediente.

Un altro evidente pasticcio l’hanno fatto quando sono stati lanciati i peptidi cosmetici. All’inizio l’INC ha accettato le proposte delle industrie che proponevano di identificare gli ingredienti come OLIGOPEPTIDE. Abbiamo così decine e decine di OLIOGOPEPTIDE riferiti a catene di aminoacidi più o meno lunghe (anche più di 20 o 50 amminoacidi che con il concetto di “oligo” cioè “pochi” stona abbastanza) identificate solo da un numero in sequenza; l’ultimo è l’OLIOGOPEPTIDE-148. Di questi neppure in monografia viene indicata la sequenza di amminoacidi che li compongono. Non ci si deve stupire che sia praticamente impossibile trovare in letteratura i dati per definirne efficacia, rischi e sicurezza.
La situazione non è molto migliorata quando hanno cominciato a raggruppare i peptidi in funzione del numero di amminoacidi: tripeptidi, tetrapeptidi, pentapetidi ecc… Sono stati registrati 65 peptidi composti da solo 3 amminoacidi (tripeptidi) e della stragrande maggioranza non viene descritta esplicitamente la sequenza.
Ci sono poi vecchie denominazioni dove la confusione è massima.
Esemplare il caso dell’olio di alloro.
Gli INCI disponibili sono:
LAURUS NOBILIS OIL
LAURUS NOBILIS FRUIT OIL
LAURUS NOBILIS LEAVE OIL
descritti tutti come oli volatili e con analoghi numeri identificativi: CAS # 84603-73-6 , EC # 283-272-5 .
Peccato che il regolamento europeo indichi come assolutamente proibito nel cosmetico un misterioso “Oil from the seeds of Laurus nobilis” con gli stessi numeri identificativi: CAS # 84603-73-6 , EC # 283-272-5 .

Limiti, pasticci ed errori di chi redige la lista ingredienti

Redigere una lista ingredienti impropria e non conforme, fino a poco tempo fa non era neppure facilmente sanzionabile. Solo dal 6 gennaio 2016 è stata introdotta una disciplina sanzionatoria che può interessare chi redige non correttamente la lista ingredienti di un cosmetico.
Le norme sono abbastanza chiare e tutto ciò che viene introdotto nel cosmetico per formularlo, escluse le impurità, tracce e residui di lavorazione, deve essere dichiarato in ordine decrescente fino a concentrazioni dell’1%, poi in ordine sparso.
Con occhio esperto è facile individuare molte liste ingredienti redatte approssimativamente o capziosamente.
Le incongruenze più comuni sembrano spesso dipendere dal fatto che chi redige la lista ingredienti utilizza gli INCI suggeriti dal fornitore di materie prime, non sempre corretti. Tipica incongruenza è ad esempio quella delle materie prime conservate di cui nella lista ingredienti non si riporta il conservante. Ma ci sono anche INCI “discutibili” dove per ragioni commerciali redigendo la lista ingredienti si vuole promuovere una certa immagine del prodotto.

Prodotto: succo aloe 100%
lista ingredienti in etichetta probabile lista ingredienti corretta
Ingredients: ALOE BARBADENSIS LEAF JUICE Ingredients: AQUA, ALOE BARBADENSIS LEAF EXTRACT, POTASSIUM SORBATE, POTASSIUM BENZOATE, CITRIC ACID.
Prodotto: Olio di iperico 100%
lista ingredienti in etichetta probabile lista ingredienti corretta
Ingredients: HYPERICUM PERFORATUM OIL Ingredients: HELIANTHUS ANNUUS SEED OIL, HYPERICUM PERFORATUM FLOWER/LEAF/STEM EXTRACT, LECITHIN, TOCOPHEROL, ASCORBYL PALMITATE, CITRIC ACID

L’ossessione per gli ingredienti

Per il consumatore poter individuare preventivamente l’eventuale presenza di ingredienti a cui si può essere allergici è fondamentale. Molto più che soddisfare il generico bisogno di sapere cosa c’è dentro.
Una oggettiva carenza del marketing cosmetico, quando identifica la qualità di un prodotto con la presenza di un suo ingrediente TOTEM, oltre che allarmismi e scorrette campagne di demonizzazione di alcuni cosmetici o ingredienti, sostenute da chi vuole vendere prodotti o ingredienti alternativi, hanno prodotto una vera e propria ossessione per gli ingredienti cosmetici. Giustissimo voler sapere cosa c’è dentro, ma sbagliato credersi tutti esperti tossicologi capaci di individuare da una lista ingredienti, senza informazioni su concentrazioni e purezze, eventuali rischi per la salute.

L’ossessione per gli ingredienti cosmetici a volte assume comportamenti ed argomentazioni tipiche della tifoseria calcistica e se il consumatore ama le magliette a righe rosse e nere ed odia quelle bianco e nere è difficile fargli cambiare opinione. Peccato che le argomentazioni a favore o contro un qualche ingrediente cosmetico siano per lo più fondate, ragionevoli o scientifiche quanto le discussioni tra tifosi di calcio.

Rodolfo Baraldini

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4 Commenti

  1. Puoi spiegare meglio la questione dei nomi non proprietari di cui parli. Non ho capito a cosa ti riferisci.

    • Con nomi proprietari intendo i marchi registrati. Per spiegarmi, oggi va tanto di moda e si parla del KAMUT, un grano specialissimo, antico, il grano dell’antico egitto ecc. ecc. In realtà è un marchio registrato attribuito ad una cultivar ed a un metodo di produzione sviluppati recentemente negli USA. Il proprietario del marchio, può farne quello che vuole, e se domani vuole dire che KAMUT è un riso coltivato sulle terrazze di New York, lo può fare. Il marchio è sua proprietà. Anni fa nella cosmesi provarono a lanciare un ingrediente, il PICNOGENOLO, anche questo era in realtà un marchio registrato e non si poteva usare senza l’autorizzazione dei proprietari del marchio. Le denominazioni INCI non sono proprietà di nessuno e sono utilizzabili da tutti.

  2. In veste di semplice consumatrice, leggendo i suoi articoli sono sempre più perplessa su quali fattori, se ce ne sono, posso usare per fare un acquisto ragionato. Non posso basarmi né sull’inci perché fornisce solo indicazioni parziali, né sul prezzo perché non riflette la qualità del prodotto.

    • Ottimo ! ho fatto la scelta, rinunciando ad una audience più alta, di non dare consigli, tantomeno per gli acquisti. Mi fa piacere se da quello che ho scritto si ricava che non basta la lista ingredienti, quello che racconta il venditore o il prezzo alto per definire la qualità di un cosmetico. E’ esattamente quello che penso. Comunque il consumatore si affida ad una azienda, che sia una multinazionale o un cantinaro che produce in un sottoscala. Con le informazioni che condivido in questo blog, mi auguro che si possa valutare meglio la correttezza ed affidabilità di chi produce e vende il prodotto. Poi le esigenze ed aspettative cosmetiche sono talmente soggettive che chiunque può ritenere ragionevole e preferibile l’acquisto di un qualunque prodotto da un qualunque fornitore. Più è alto il grado di conoscenza e consapevolezza del consumatore , più sarà difficile per ciarlatani e raccontaballe della cosmesi, lucrare sulla ignoranza.

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