Interferenti endocrini nella cosmesi: spauracchio o rischio reale?

Interferenti endocrini nella cosmesi: spauracchio o rischio reale?

Un fantasma si aggira per l’Europa”, sono gli interferenti endocrini.
Quando nella dilagante diffusione di allarmismo chemofobico si esauriscono le parole “veleno”, “tossico”, “killer”, da qualche anno saltano fuori gli “interferenti endocrini”.

Anche nella cosmesi, dove il più delle volte dietro la demonizzazione di una sostanza si nasconde solo il tentativo di vendere e promuovere una sostanza o un cosmetico alternativo, capita spesso di trovare allarmi su ingredienti che sarebbero confusamente “interferenti endocrini”.
Così abbiamo i clamorosi nonsensi di cosmetici che vantano di poter far crescere il seno, perché contengono isoflavoni del luppolo, della soia o della kigelia, ma che non contengono parabeni, perché questi ultimi sarebbero xenoestrogeni. Al solito ognuno se la canta e se la suona come gli pare, confidando che di queste cose i consumatori non ne capiscano una cippa.

Cosa sono?

La definizione di cosa sarebbero i cosiddetti “interferenti endocrini” non è affatto chiara.
In Italia abbiamo anche chi ha utilizzato il termine apocalittico “distruttori endocrini” traducendo erroneamente dall’inglese “disruptor” ( disturbatore o perturbatore ).
Dopo vari anni di discussione si è arrivati ad un informale consenso, definendo gli interferenti endocrini come sostanze che possono interferire con la sintesi, la secrezione, il trasporto, l’associazione, l’azione o l’eliminazione degli ormoni del corpo, responsabili dello sviluppo, del comportamento, della fertilità e del mantenimento dell’omeostasi cellulare.
Possono quindi alterare gli equilibri ormonali degli organismi viventi; accendere, spegnere o modificare i normali segnali inviati dagli ormoni. L’attenzione si focalizza sugli ormoni che hanno effetti sulla riproduzione e su quelli tiroidei, ma anche tanti altri ormoni partecipano al sistema endocrino.
Visto che anche con l’acqua o il sale da cucina posso alterare un equilibrio ormonale, la classificazione di interferente o perturbatore endocrino si restringe a sostanze o miscele esogene che, alterando la funzione del sistema endocrino, “provocano” effetti negativi sulla salute di un organismo intatto, o la sua progenie o (sotto)popolazione.
In sostanza ci deve essere un “plausibile” nesso causale tra la bioattività endocrina della sostanza ed il danno.
I principali meccanismi d’azione possono essere:
- mimare l’attività biologica di un ormone legandosi ad un recettore cellulare, producendo una risposta ingiustificata, avviando la normale risposta cellulare al ormone nel momento sbagliato o in misura eccessiva (effetto agonista).
- legarsi al recettore ma senza attivarlo. La presenza della sostanza chimica sul recettore impedirà il legame dell’ormone naturale (effetto antagonista).
- legarsi alle proteine di trasporto nel sangue, alterando così la quantità di ormoni naturali che sono presenti nella circolazione.
- interferire con i processi metabolici modulando la sintesi o il degrado degli ormoni naturali.

La pillola anticoncezionale è un interferente endocrino?

SI, ovviamente! Cioè NO ovviamente! insomma non si possono considerare solo le sostanze ed il loro effetto sul sistema endocrino, ma il fatto che questi effetti siano involontari e comportino un danno, spesso subdolo, cioè che emerge nel lungo periodo a fronte di una esposizione indiretta, normalmente ambientale, anche a piccole dosi.
Per questo nella lista dei potenziali interferenti endocrini oggetto di preoccupazione ci sono sostanze chimiche prodotte dall’uomo e sottoprodotti rilasciati nell’ambiente. Esperimenti di laboratorio hanno suggerito che alcune sostanze chimiche potrebbero essere in grado di causare cambiamenti endocrini. Questi includono alcuni pesticidi (ad esempio, il DDT e altri composti clorurati), sostanze chimiche in alcuni prodotti di consumo e medicali (ad esempio alcuni additivi della plastica), e un certo numero di sostanze chimiche industriali (ad esempio bifenoli policlorurati (PCB), diossine). L’attività ormonale di queste sostanze chimiche, è molte volte più debole di quella degli ormoni naturalmente presenti nel corpo, ad esempio il nonilfenolo (prodotto di degradazione di tensioattivi alchilfenoli etossilati ), individuato come contaminante di basso livello in alcuni fiumi in Europa, ha un’attività estrogenica solo circa un decimillesimo dell’ormone naturale.
Ci sono poi molti fitoestrogeni, in particolare cumestrolo, genisteina e daidzeina della soia e di altri legumi, di cui è stata calcolata una attività estrogenica superiore ai più demonizzati ingredienti cosmetici, presunti interferenti endocrini, i parabeni.

Che rischi?

La prova principale che suggerisce che l’esposizione a sostanze chimiche ambientali può portare alla rottura di alcuni equilibri endocrini viene da cambiamenti osservati in un certo numero di specie di fauna selvatica. Effetti che si suppone come collegati al sistema endocrino sono stati riportati nei molluschi, crostacei, pesci, rettili, uccelli e mammiferi in varie parti del mondo.
Sono invece limitate le prove che nell’uomo si abbiano effetti negativi endocrino-mediati a seguito dell’esposizione sia intenzionale che accidentale ad alti livelli di alcune sostanze chimiche. Un chiaro esempio di una sostanza che si è comportata come interferente endocrino negli esseri umani è il dietilstilbestrolo (DES), un estrogeno sintetico prescritto negli anni 1950 e 1960 per cinque milioni di donne in gravidanza per la prevenzione di aborto spontaneo. Si è riscontrato che alcuni dei bambini che erano stati esposti in utero avevano anomalie dello sviluppo, e che alcune delle bambine hanno sviluppato una forma insolita di cancro vaginale quando hanno raggiunto la pubertà. Di conseguenza, il DES è stato vietato nel 1970. Un certo numero di effetti avversi si sospetta che che si siano verificati nella popolazione che vive nei pressi dell’impianto chimico di Seveso, a seguito del rilascio accidentale di dossina, un sospetto perturbatore endocrino.
Gli equilibri endocrini sono molti e complessi, inoltre molte sostanze hanno una relazione dose/risposta non lineare o con curve ad U, dritta o rovesciata, dove aumentando la dose non è detto che aumentino gli effetti.
Anche per questo l’attenzione sugli interferenti endocrini si è focalizzata su quelle sostanze che per la grande diffusione finiscono nell’ambiente e su quelle che hanno prove evidenti di danni in almeno un modello animale, nonostante le grandi differenze nei sistemi endocrini di diverse specie.
I paesi avanzati ed in particolare l’Unione Europea da alcuni anni sono particolarmente attenti alla problematica ed in Europa già un certo numero di sostanze sono state bandite o soggette a restrizioni per il rischio che si comportino come interferenti endocrini.
Un database consultabile riporta lo stato delle sostanze sospette ed il livello di evidenze per valutarne il rischio.
Di queste solo 60 sostanze di categoria 1 possono comportare una significativa esposizione per l’uomo.
Analogo il database Estrogenic Activity Database disponibile nel sito della FDA.
Un altro database consultabile, meno autorevole ma molto ben fatto, è TEDB redatto dalla The Endocrine Disruption Exchange, Inc. una associazione no profit americana che ha focalizzato le sue attività proprio sulla problematica degli interferenti endocrini.

Interferenti endocrini nella cosmesi: situazione seria ma non disperata

Consultando le migliaia di ricerche sui potenziali interferenti endocrini si possono trovare sorprese :
Il solfato di rame, uno dei pochi anticrittogamici ammessi nell’agricoltura BIOLOGICA, l’argento colloidale, la mitica panacea che fa diventare blu come dei puffi gli adepti di qualche setta devota ai rimedi alternativi o pseudonaturali che eccedono nel suo utilizzo, l’acido ferulico, il super-antiossidante rintracciabile in tantissimi alimenti, ecc.. Insomma se ci si approccia al problema dei potenziali interferenti endocrini basandosi sul pericolo dovremmo bandire migliaia di sostanze.
Un corretto approccio basato sul rischio riduce enormemente la lista di sostanze preoccupanti.
Paradossalmente, nella cosmesi, molti presunti attivi agirebbero proprio con meccanismi ormone-mediati.
Una vera perla, parlando di ingredienti che vantano azioni ormone-mediate, la troverei nel PLACENTA EXTRACT, che è un ingrediente che come dice il nome, non è altro che un estratto di placenta… bovina.
Non pochi attivi si vantano di variare l’espressione della 5 α reduttasi per modulare la produzione di sebo o la crescita dei peli.
Poi ci sono quelli che vantano una azione sulla tiroide per presunti effetti anticellulite o anti adiposità e quelli che interferiscono con gli ormoni della melanogenesi.
Se a questi aggiungiamo gli attivi che vantano di agire sul sistema immunitario e quelli che interferiscono con gli “ormoni dell’invecchiamento cutaneo” o con vari ormoni della crescita se non si definisce chiaramente quali sono le interferenze endocrine pericolose, la discussione sui rischi derivati dagli interferenti endocrini nella cosmesi assumerà il peso scientifico di una discussione tra tifosi di calcio.
Il regolamento proibisce espressamente che nel cosmetico europeo si trovino estrogeni, sostanze con attività androgenica o antiandrogenica, ma non bandisce né regolamenta mai i cosiddetti interferenti endocrini, anche perché, quando fu pubblicato (2009), neppure esisteva un criterio scientifico che identificasse la pericolosità degli interferenti endocrini. Commissione europea, ECHA ed EFSA ci stanno lavorando in questi mesi (dicembre 2016-gennaio 2017).
Intanto più per l’applicazione del principio di precauzione o per l’intrecciarsi con altri fattori di rischio, alcune sostanze sospette sono state bandite o soggette a restrizioni, nel cosmetico europeo.

BENZYLPARABEN, ISOBUTYLPARABEN, PENTYLPARABEN, ISOPROPYLPARABEN, 3-BENZYLIDENE CAMPHOR, BISPHENOL A, Dibutyl phthalate, Benzyl butyl phthalate (BBP), bis(2-Methoxyethyl) phthalate, Diethylhexyl phthalate, dipentylester, n-Pentyl-isopentylphthalate, di-n-Pentyl phthalate, Diisopentylphthalate, Musk ambrette, Musk tibetene sono espressamente proibiti dal regolamento dell’Unione Europea come potenziali interferenti endocrini oltre che per altri fattori di rischio.

Vari conservanti o filtri UV, benzophenoni, derivati dell’acido benzoico, idrossibezoico, idrossicinnamico o ferulico o salicilico sono autorizzati nel loro utilizzo specifico con precise restrizioni d’uso e della massima concentrazione che dovrebbe considerare anche il rischio che si comportino come interferenti endocrini.

4-methylbenzylidene camphor tra i filtri UV, resorcinol tra i coloranti e triclosan tra i conservanti, sono gli ingredienti attualmente autorizzati, che una volta definito a livello europeo un criterio scientifico per la valutazione del rischio degli interferenti endocrini, hanno la maggiore probabilità di venir assoggettati ad ulteriori restrizioni per il loro sospetto ruolo di interfernti endocrini.

Conclusione

Difficile separare tanto confuso allarmismo sui cosiddetti interferenti endocrini da fondate e precise ragioni di preoccupazione.
La Commissione europea, al momento l’organo regolatorio più sensibile al problema, non ha ancora definito chiari criteri scientifici di valutazione del pericolo e del rischio. A causa di questo ritardo c’è stata nel 2016 una sentenza della corte europea in merito, ma il problema scientifico non è di semplice soluzione.
Migliaia studi dimostrerebbero che migliaia di sostanze hanno una potenziale attività come interferenti endocrini ma la valutazione del rischio è estremamente complessa e non è dimostrato che tali effetti siano necessariamente avversi.
Le prove di un nesso causale con i danni nell’uomo sono in genere molto scarse al contrario di quelle negli animali, specie a seguito di contaminazione ambientale.
Nel cosmetico e soprattutto nel cosmetico per infanti le norme europee hanno cominciato ad applicare specifiche restrizioni considerando anche questa problematica più che altro applicando il principio di precauzione.
Quando saranno più chiari i criteri di valutazione del rischio degli interferenti endocrini si potrà meglio capire perché bandire o fissare limitazioni ad un ethylhexyl methoxycinnamate anziché ad un isoflavone di soia o al tocoferolo.

Rodolfo Baraldini

Riferimenti bigliografici: Interferenti Endocrini

Prima che vengano definiti criteri scientifici per valutare gli effettivi rischi connessi ai cosiddetti interferenti endocrini, si semina allarmismo facendo leva sull'ignoranza di un materia decisamente complessa e sulle paure.

I commenti, le testimonianze e le opinioni sono sempre graditi. I programmi anti-spam possono far si che il commento sia visibile nel blog solo dopo approvazione. Per inserire nei commenti un link, rimuovere http:// e www. I commenti con argomentazioni ad personam, promozionali o non pertinenti verranno cancellati. Non è questa la sede per supportare le proprie tifoserie, fedi o ideologie.

Commenta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Choose a Rating