“Il dilemma triangolare” di Alessandro Comità

“Il dilemma triangolare” di Alessandro Comità

 

 

Da mesi volevo parlare della Consapevolezza Cosmetica.
Il concetto di consumo consapevole si è complicato. Il consumatore non vuole solo sapere se il prodotto è e fa quello che lui desidera al giusto prezzo. Ha anche aspettative  trasversali: culturali, ideologiche, etiche, religiose, ecologiche, sociali. Compito del marketing far intendere che il prodotto risponde esattamente alle aspettative del consumatore.
Vedendo dall’altra parte della barricata, cioè dalla parte di chi formula, produce e vende cosmetici come lo sforzo di chi vorrebbe acquisire una maggiore consapevolezza si scontrasse contro un muro di disinformazione o di cattiva informazione, anni fa ho cominciato a frequentare forum internet dove si parlava del cosmetico.

Da un lettore del blog ricevo all’indirizzo info@nononsensecosmethic.org e pubblico volentieri una serie di considerazioni.
Mi piacerebbe che sulla questione si aprisse un confronto di opinioni.

“Il dilemma triangolare” di Alessandro Comità

Seguo con enorme interesse il Suo sito e lo considero una preziosa fonte di informazioni, che tra i tanti pregi, beneficia dei Suoi frequenti aggiornamenti: costituisce pertanto una risorsa capace di riflettere sempre con puntualità (sul)le tendenze più attuali che agitano il mondo della cosmesi. Mi ha colpito in particolare il taglio psicologico-sociologico che arricchisce spesso le Sue analisi.

Io sono un consumatore di prodotti di igiene-cosmesi come tanti/tutti; ciò che forse mi distingue dal consumatore medio è che ad un certo punto della mia esistenza, ho realizzato di non voler più usare prodotti nella più totale ignoranza rispetto al contenuto e al funzionamento degli stessi. Come può immaginare, non appena imboccata questa strada, sono approdato ai semafori del Bio-Dizionario.

Dal crocchio che uscendo dai laboratori di Lola si arresta allo scattare del rosso, si stacca una figura dal portamento azzimato ma fermo, che attraversa le strisce senza il minimo tentennamento. Non comprendo molto del suo eloquio compìto, insieme criptico e fascinoso, ciononostante ne sono rapito. Così l’ho seguita fin qui, Rodolfo, nella speranza vorrà ascoltare ciò che ho da dire.

Il mio bisogno di consapevolezza di cui sopra deriva da una volontà di rendere le mie abitudini quotidiane quanto più innocue per me e per l’ambiente. In altre parole, il mio obiettivo è di evitare il più possibile i veleni. Posto che condivido la sua massima universale “il veleno è la dose, non la sostanza”, non c’è niente che in quanto consumatore “più consapevole” potrei fare per aiutare un ecosistema sempre più provato dagli abusi dell’umanità? È mai possibile che la mia coscienza debba necessariamente degradarsi in settore di mercato o residuo anacronistico di movimenti ideologici-politici tipici degli anni 80-90?

Leggendo i suoi scritti, mi sento incastrato in un dilemma triangolare. Su un lato, l’insostenibilità dell’attuale scenario per quanto riguarda il consumo e il conseguente impatto ambientale del mercato cosmetico; per essere precisi, ciò non lo estrapolo dai suoi scritti, si tratta piuttosto di una mia interpretazione pregressa. Sull’altro lato, un Bio-Dizionario viziato da parzialità e riduttivismo, che fomenta una infondata synthofobia. Alla base, un sapere scientifico per forza di cose precluso ai comuni mortali – prima di scegliere sensatamente uno shampoo, dovrei conseguire una dozzina di lauree in ambito scientifico e medico? non mi cadranno tutti i capelli prima?

Nella mia posizione, volendo assecondare l’intento di oppormi ad uno status quo che sembra sempre più incanalato verso l’autodistruzione, come altro potrei agire se non facendo affidamento su mezzi che, nonostante le intrinseche limitazioni, sono gli unici a mia disposizione, per, quantomeno, fare qualcosa, là dove l’unica l’alternativa che riesco a vedere è abbandonarsi all’apatia, al fatalismo e attendere il collasso?

Sorge in me qualche perplessità anche in riferimento al principio “non è la sostanza che fa il veleno, bensì la dose”. Posto che è inutile discriminare le sostanze di per sé – il razzismo sostanziale – non è forse vero che ci sono ingredienti preferibili dacché, rispetto ad altri, ne serve una quantità maggiore affinché li si possa considerare dannosi? A me sembra che il Bio-Dizionario sia fondato proprio su questo principio. La mia impressione è che, nonostante ci siano sostanze a parità di dose meno inquinanti di altre, spesso non trovino spazio nei prodotti per semplice “pigrizia” dei formulatori; perché evidentemente il bene del pianeta non sta a cuore a tutti, e spesso le priorità sono altre – il guadagno monetario, di norma sovrasta tutto il resto. Insomma, penso che qualcosa si possa sempre fare, e bisogna sforzarsi di farlo. E considerata la scarsità dei mezzi alla portata di tutti, bisogna farlo alla “meno peggio”. Immagino la Sua obiezione sarà: qualunque considerazione si possa esprimere sul mercato e/o sulle sostanze, il Bio-Dizionario rimane un punto di vista; in quanto tale, parziale; si arroga la facoltà di pontificare sulle sostanze applicando un’aberrante assolutezza a questioni che di assoluto hanno poco o nulla. Il che mi rigetta nel triangolo di cui sopra. E dacché il suo perimetro mi sta stretto, ritornerò ad uscirne con i miei modi naïf e semplicistici; ma spero di averLe fatto capire che restare in quel luogo è il peggior scenario possibile, dal mio punto di vista.

Entrando più nello specifico nella mia situazione, credo di essere andato oltre il Bio-Dizionario; o comunque ritengo di aver intrapreso un percorso che se si compirà, mi porterà a superarlo, almeno nell’ambito personale. Le spiego. Proprio perché la tendenza da parte delle aziende è quella di monetizzare le mie scelte di vita, con strategie come gli ingredienti emozionali, ho deciso che userò direttamente quegli ingredienti, in dosi non emozionali, bensì consistenti; ovviamente, senza esagerare, dacché l’esagerazione mi sembra uno dei più potenti fattori inquinanti, anche alla luce di quanto finora scritto. In altre parole, mi sono posto l’obiettivo di auto-produrmi i cosmetici che utilizzo. Così potrò controllare dosi e ingredienti per assicurarmi un minimo funzionale degli stessi – né troppo, né troppo poco. I miei obiettivi sono:

1) massima semplicità formulativa: proprietà reologiche/organolettiche tendenzialmente al di sotto dei canoni degli spignattatori;
2) impiego di ingredienti il più possibile comuni, biodegradabili, di facile reperibilità;
3) uso minimo di conservanti – nullo se possibile;
4) riciclo (riutilizzo) pressoché totale dei materiali plastici.

Sono conscio dei rischi che sto affrontando: c’è il pericolo di farmi male, ma anche quello di ottenere risultati contrari alle intenzioni. Cerco perciò di informarmi il più possibile e procedere con la massima cautela. Del resto, ritengo che il rischio peggiore si possa affrontare nella vita è non aver rischiato affatto.

 

 

(2343)
(6)

I commenti, le testimonianze e le opinioni sono sempre graditi. I programmi anti-spam possono far si che il commento sia visibile nel blog solo dopo approvazione. Per inserire nei commenti un link, rimuovere http:// e www. I commenti con argomentazioni ad personam, promozionali o non pertinenti verranno cancellati. Non è questa la sede per supportare le proprie tifoserie, fedi o ideologie.

10 Commenti

  1. Ho letto tutto l’articolo e anche le considerazioni di risposta e premetto che considero tutto ciò che dice un vegano (biodizionario) estremamente di parte ma non per questo da considerare tutto errato. Entrando nel merito io considero fortemente esagerate le aspettative che si hanno da qualsiasi cosmetico e ritengo che dietro ogni presunta innovazione ci sia il 98,5% di marketing. Io vorrei chiedere a tutti quelli che aborrano lo SLS e lo SLES se quando lavano i piatti o i panni si chiedono quale tensioattivo contiene e siccome io ritengo che la maggior parte delle cause di una cattiva fisiologia della pelle derivi dall’alimentazione, mi chiedo: ma tutti noi mangiamo in modo da far funzionare il nostro splendido motore (quindi mettendo il carburante giusto….) in modo perfetto o mangiamo per autosoddisfarci?…. Nel primo caso i problemi della nostra pelle sono semplicemente legati alla giusta igene e alla protezione, nel secondo caso il cosmetico può ben poco….. se non avere un effetto palliativo.

    • Il puntare il dito contro le falle dell’etica altrui mi sembra un giochino nefasto. Di solito, serve a mascherare/giustificare l’indolenza della propria etica. E certamente non giova a nessuno. Sono dell’idea che non esiste un’etica (ambientale) totalmente impeccabile: possiamo solo cercare di limitare i danni che la nostra esistenza implica per l’ambiente – chi più, chi meno. Tendenzialmente, se un consumatore è attento allo SLES nei cosmetici, lo è parimenti al tensioattivo dei propri detergenti per la casa. Tanto per dire, io mi auto-produco anche quelli. Ma anche se tale ipotetico consumatore non lo fosse, se badasse alle formulazioni dei cosmetici e non dei detersivi, per l’ambiente, mi sembra comunque un risultato apprezzabile – sempre meglio di niente, meglio di chi non esercita la propria consapevolezza né in un campo, né nell’altro. Ad ogni modo, mi preme precisare che quello dello SLES è solo un esempio – sono contrario alla demonizzazione assoluta del singolo ingrediente; salvo rari casi, e non in questo.

      Sono invece completamente d’accordo sul discorso relativo all’alimentazione. La pelle è un organo; dacché siamo ciò che mangiamo, essa apparirà più in salute se prestiamo attenzione agli alimenti che introduciamo nel nostro organismo. L’alimentazione è sempre alla base di tutto.

      • Il mio intervento era per rimarcare l’assoluta ignoranza in campo cosmetico della maggior parte delle persone, ma questo non è il problema, nessuno è obbligato a sapere (soprattutto perchè è una scienza molto complicata la cosmetologia) ma non per questo chi ha per lo più conoscenze internettare può arrogarsi il diritto di giudicare scelte altrui in questo campo. Dico questo perchè io con la gente ci lavoro e uso cosmetici nel mio lavoro e giornalmente mi trovo di fronte alle richieste più disparate, alcuni esempi?: “mi faccia un colore senza ammoniaca perchè ne sono allergica….” (chi sa un po’ di colori cosmetici sa bene che l’ammoniaca è l’ultimo dei problemi di una tintura dei capelli) e alla mia domanda se questa allergia è stata certificata, nel 100% dei casi non lo è stata…. “tanto si sa che l’ammoniaca fa male….”. “Mi faccia uno shampoo senza SLS perchè è cancerogeno, lo dicono tutti….”. io mi sono preso la briga di andare a vedere la lista pubblicata dallo IARC e dell’ SLS non c’è traccia, che sia una sostanza controversa non lo metto in dubbio ma anche gli altri tensioattivi anionici che vengono utilizzati da molte aziende per poter mettere in etichetta “SLS FREE” non è che siano acqua di rose….
        Io sono contento che la sua sia un’etica completa e penso che si sia accresciuta con la conoscenza dei meccanismi cosmetici e di detersione, ma si renda conto che lei è una mosca bianca. Il resto del mondo prende decisioni in base a conoscenze limitate e perlopiù per sentito dire, oppure fidandosi del marketing di certe aziende.

      • Ora che ha approfondito la sua prospettiva, mi trovo d’accordo con lei su tutti i fronti. Non bisognerebbe mai permettersi di criticare le scelte di vita altrui sulla base di una manciata di informazioni spiluccate su un social network. Io ho compiuto delle scelte nella mia vita in funzione della consapevolezza maturata nel corso degli anni, ma non mi sento nelle condizioni di giudicare le scelte di vita degli altri. La ragione risiede proprio in ciò che spiega lei: la mia conoscenza dei fenomeni implicati non può che essere superficiale. Si tratta appunto del “dilemma triangolare” tema del post. Una situazione involuta in cui percepisco l’assenza di una verità assoluta, ma perfino l’assenza di una relativa.

        La mia impressione riguardo la situazione attuale è la seguente. Anni fa, vivevamo quasi totalmente all’oscuro rispetto a ciò che mangiavano o ci spalmavamo addosso – dovevamo confidare ciecamente negli organi preposti a determinare la sicurezza di ingredienti e formulazioni. Oggi (in particolare, con l’avvento degli INCI), sembra che la luce della trasparenza abbia dissipato le ombre dell’ignoranza, ma la situazione è meno luminosa di quanto appaia. Ha iniziato a diffondersi una pseudo-consapevolezza, che ha reso il consumatore odierno in molti casi più vulnerabile rispetto a quello del periodo “oscurantista”. Come rileva anche lei, Paolo, se convinco il consumatore che l’ingrediente X è dannoso, aumentando così la sua pseudo-consapevolezza, potrò vendergli facilmente l’ingrediente Y, ad un prezzo anche molto maggiorato rispetto a quanto gli facevo pagare per l’ingrediente X; è farò il consumatore contento, per giunta, perché farò leva sulla sua pseudo-consapevolezza, titillando così il suo ego (la sua etica). Rodolfo ha già trattato l’argomento, specie nei suoi interessantissimi post di natura psico-sociologica.

      • Completamente d’accordo con lei…..

    • Ora che ha approfondito la sua prospettiva, mi trovo d’accordo con lei su ogni fronte. Non bisognerebbe mai permettersi di criticare le scelte di vita altrui sulla base di una manciata di informazioni spiluccate su un social network. Io ho compiuto delle scelte nella mia vita in funzione della consapevolezza maturata nel corso degli anni, ma non mi sento nelle condizioni di giudicare le scelte di vita degli altri. La ragione risiede proprio in ciò che spiega lei: la mia conoscenza dei fenomeni implicati non può che essere superficiale. Si tratta appunto del “dilemma triangolare” tema del post. Una situazione involuta in cui percepisco l’assenza di una verità assoluta, ma perfino l’assenza di una relativa.
      La mia impressione riguardo la situazione attuale è la seguente. Anni fa, vivevamo quasi totalmente all’oscuro rispetto a ciò che mangiavano o ci spalmavamo addosso – dovevamo confidare ciecamente negli organi preposti a determinare la sicurezza di ingredienti e formulazioni. Oggi (in particolare, con l’avvento degli INCI), sembra che la luce della trasparenza abbia dissipato le ombre dell’ignoranza, ma la situazione è meno luminosa di quanto appaia. Ha iniziato a diffondersi una pseudo-consapevolezza, che ha reso il consumatore odierno in molti casi più vulnerabile rispetto a quello del periodo “oscurantista”. Come rileva anche lei, Paolo, se convinco il consumatore che l’ingrediente X è dannoso, aumentando così la sua pseudo-consapevolezza, potrò vendergli facilmente l’ingrediente Y, ad un prezzo anche molto maggiorato rispetto a quanto gli facevo pagare per l’ingrediente X; è farò il consumatore contento, per giunta, perché farò leva sulla sua pseudo-consapevolezza, titillando così il suo ego (la sua etica). Rodolfo ha già trattato l’argomento, specie nei suoi interessantissimi post di natura psico-sociologica.

  2. I dubbi di Alessandro e il suo percorso sono stati, credo, quelli che tutti noi abbiamo affrontato prima di arrivare qui.
    Le mie conclusioni sono state simili alle sue, ovvero autoprodursi i cosmetici, ma come già avete fatto notare, non è cosa semplice e richiede davvero uno studio pari praticamente a quello che si trova alla base del suo triangolo, cosa che io al momento almeno non posso fare.
    Personalmente non ritengo il Bio Dizionario uno strumento riduttivo, forse mi sembra troppo esemplificativo, ma d’altronde credo sia volutamente così per poter essere vicino al maggior numero di utenti. Forse è riduttiva la classificazione in colori dei bollini, perché tutto ciò che è rosso ha davvero scatenato una psicosi in molti casi mentre tutto ciò che è verde è stato visto come salvifico.
    La soluzione che ho attuato io personalmente è quella di cercare di andare oltre questi colori, cercare di capire se una sostanza ( rossa, sintetica per il biodizionario) possa in qualche modo danneggiarmi. Con l’aiuto di Rodolfo sto cercando di capire cosa effettivamente è inquinante ( vedi la questione EDTA) e cosa non lo è. E un ulteriore soluzione l’ho trovata nel non prendere la cosmesi troppo sul serio, o meglio non farmi angosciare troppo da tutto questo mondo e vedere cosa è più funzionale su me personalmente.

  3. Molto interessante questa testimonianza.
    Quello che Alessandro Comità scrive non è banale, e propone molte domande credo comuni presso i lettori di questo blog, specificamente.
    Pur ponendomi gli stessi interrogativi di Alessandro, le mie conclusioni sono diverse: penso che l’autoproduzione sia una pratica interessantissima ma positiva solo se effettuata con coscienziosità e dopo uno studio lungo e approfondito. Già per queste caratteristiche è preclusa alla maggior parte degli utilizzatori di cosmetici. Può essere una soluzione solo per pochi.
    Una soluzione per tutti potrebbe essere affidarsi alle certificazioni? Sì e no, per quanto mi riguarda. Sì perché ciascuno può autoproporsi dei criteri (di qualità, di produzione, di contenuto..) e cercarsi poi la certificazione che più corrisponde a questi criteri. No perché spesso le certificazioni seguono le mode ambientaliste, così come quelle di mercato, e rischiamo di avere una certificazione “emozionale”, parafrasando Rodolfo.
    Il problema della consapevolezza – cosmetica, alimentare.. – è legata anche alla presunzione di onniscienza del consumatore che si definisce consapevole; questo è effetto della cattiva informazione, e con cattiva intendo: semplificata (la realtà è complessa, e come tale va affrontata) e fuorviante.
    Quindi credo che per costruire uno scenario informante in senso qualitativo sia necessario rispettare la complessità delle questioni (no buono/cattivo, no sicuro/cancerogeno!) ed educare il lettore che intende saperne di più sugli ingredienti dei propri cosmetici a saper accettare la complessità, intesa come rifiuto degli assoluti.
    Ovviamente la complessità porta dubbi, e porta nuovamente alle domande di Alessandro.
    Si chiude il cerchio e il serpente si morde la coda.

    Concludo spendendo due parole in favore dei conservanti: credo che questi siano di grande importanza e al contempo bistrattati dall’opinione pubblica (basti notare al supermercato quante etichette riportano la scritta “senza conservanti”). Il problema a mio giudizio non sono i conservanti in sé, ma quali tipi di conservanti vengono utilizzati. E questo vale per qualsiasi categoria di ingredienti.
    Adesso una domanda per Rodolfo e chi legge: secondo voi, c’è un modo per indurre un miglioramento nel mercato dei cosmetici in termini di qualità ambientale? (Do per scontato che per la sicurezza la strada sia già bella e avviata)
    Cosa può fare il consumatore a riguardo? Che messaggio dovrebbe mandare alle aziende?
    Grazie per lo spunto di riflessione.

    • Grazie a te per il contributo, Simona. Sono Alessandro, l’autore della email di cui sopra. Riguardo la conclusione, in realtà essa non è una vera conclusione. Perché in effetti ho arbitrariamente spostato l’inquadratura dall’iniziale campo lungo sullo scenario nazionale/mondiale ad un piano americano di me che armeggio goffamente coi becher. Dal punto di vista logico, una bella entrata a gamba tesa. L’intento comunque non era proporre una soluzione, bensì spiegare come ho reagito io rispetto alla mia coscienza, preso nella morsa triangolare.

      Riguardo le certificazioni. Personalmente, da tempo praticamente neppure guardo il fronte dell’etichetta dei cosmetici. Quindi, le certificazioni manco le vedo. Tanto per dire: recentemente, in un solare certificato ICEA, compariva il titanio diossido in forma nano. Ma in generale riconosco di sapere poco o niente sull’argomento, sicché è un elemento che forse ho fatto male a non valutare nella mia riflessione. Magari Rodolfo ci illuminerà un po’ sull’argomento.

      Mi fa piacere evochi l’immagine del serpente che si morde la coda. Manco a farlo apposta, l’avatar che ho attualmente su Facebook è proprio l’Uroboro!

      Saluti.

      • Ciao a tutti! Anch’io ho condiviso il percorso di Alessandro, come tanti. Dopo la nascita di mio figlio, dovendo utilizzare cosmetici per lui, mi sono posta il problema della sicurezza, tossicità ecc. Quindi biodizionario, Lola, fase solo bio radicale..e poi.. poi mi sono resa conto che i cosmetici cd. Bio non erano meglio degli altri, anzi spesso come performance erano peggiori, per non parlare della piacevolezza d’uso, raramente soddisfacente e le profumazioni così così. Anch’io mi sono fatta tentare dall’autoproduzione, ma poi ho lasciato perdere, non tanto per lo studio necessario ma semplicemente perché è antieconomica! Acquistare tutti gli ingredienti è un costo non da poco, e per farci un vasetto non ha senso. Non ha senso nemmeno farne tanti di vasetti perché i cosmetici bio scadono nel giro di poco, 1-2 mesi..se metto pure in conto le ore che ci perderei a farli, gli scarti di produzione..la sicurezza.
        Alla fine ho optato per la soluzione mediana: naturale e sintetico nella giusta misura per dare performance soddisfacenti senza costi eccessivi. La mia pelle sta benissimo, il mio portafoglio pure, e, da quando ho nei miei preferiti il blog di Rodolfo, anche la mia coscienza!

Commenta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Choose a Rating