HAZARD/CONCERN: Nanopolveri e nanomateriali

HAZARD/CONCERN: Nanopolveri e nanomateriali

Polvere siamo e polvere ritorneremo

Nel 1959, il Premio Nobel Richard Feynman utilizzò il termine “nanotecnologia”, definendola come una nuova scienza che si occupa di strutture di dimensioni inferiori a 100 nm.

Cominciarono allora i primi studi su fenomeni fisico-chimici legati alle dimensioni in nanoscala .

Il più noto, si fa per dire, è il fenomeno del confinamento o pozzo quantico.
Il più inquietante e semplice da capire è invece il rischio di gravi malattie , soprattutto all’apparato respiratorio, collegate alla esposizione alle nanopolveri, soprattutto quelle nell’aria inquinata che respiriamo.

Si è cominciato a parlare di problematiche per la salute dovute a Nanopolveri ( oggi il termine corretto dovrebbe essere Nanomateriali )  una ventina di anni fa, più che altro come problematiche connesse allo smog ed all’inquinamento atmosferico.

Nell’ambito delle malattie occupazionali, l’amianto, la silicosi e altre patologie simili già da molto tempo avevano evidenziato problematiche specifiche connesse alle polveri inalate. I nuovi nanomateriali hanno però evidenziato come alcuni effetti nocivi fossero dipendenti dalle dimensioni e morfologia della particella .
Studi recenti hanno riscontrato analogie tra i danni arrecati dall’inalazione di nanotubi di carbonio e l’amianto.

Dal 2006 l’OCSE ( OECD ) ha creato dei workgroups per definire la sicurezza dei nanomateriali e dal 2009 la commissione europea ha inserito nel regolamento , che entrerà in vigore a luglio 2013, uno specifica indicazione sull’utilizzo di nanomateriali nel cosmetico europeo.

E poi dicono che le dimensioni non fanno la differenza

Quanto è grande un nanometro ?

Impossibile visualizzarlo: immaginate la millesima parte di un metro, un millimetro (mm) e dividetelo per mille. Avrete un micron (um). Già un micron è troppo piccolo per essere distinto a occhio nudo. Adesso immaginate questo micron e dividetelo per mille; eccolo il Nanometro (nm) ! Più semplice immaginarsi il rapporto tra le due grandezze in termini di tempo: se un nanometro è un secondo , un metro sono circa 32 anni.

Nanoallarmismo !!!

Dalla religione, alla politica, fino al marketing di prodotti di consumo, la PAURA muove le scelte e decisioni dell’umanità. L’icona affianco ricorda una regola tipica del FEAR MARKETING: False Evidenze ( Prove ) Appaiono Reali. Così partendo da ragionevoli dubbi e preoccupazioni per i nanomateriali e le loro implicazioni per la salute sono montate campagne allarmistiche che con tipica superficialità e pressapochismo diffondono paura per tutto ciò che è “nano “. E’ una evidente sciocchezza. Il rischio per la salute di un aerosol con nanopolveri inalato non è il rischio di contatto dermico con un colloide con nanoparticelle. Se qualunque molecola dispersa in nanodimensioni in un liquido fosse così pericolosa come saremmo sopravvissuti al mare ed agli oceani ? Già ! proprio così. L’acqua salata del mare è piena di nanoparticelle , che possiamo separare con processi di nanofiltrazione o osmosi inversa . Parlando di rischi per la salute legati ai nanomateriali non si può generalizzare. Un nanoparticolato di 1 nm disperso in acqua non è molto più grande del sale da cucina sciolto in acqua. Ma quando la dispersione avviene a livello molecolare, come in una soluzione, il rischio specifico  nanopolveri sembra scomparire , per questo alcune norme tendono a considerare nanomateriali a rischio solo quelli “insolubili”.

Se inalare aerosol con nanomateriali fosse così genericamente micidiale perchè continuano a prescrivere trattamenti termali e perchè alcuni farmaci vengono somministrati con l’aerosol ?

Un articolo sul pericolo polveri sottili tratto da ComeDonChisciotte

Non è vero che più è piccola la dimensione della particella, più è alta la sua tossicità. La relazione tra”dimensioni della particella” e “risposta  nociva” non è affatto lineare. Ci sono sostanze di cui è nota la tossicità e pericolosità se inalate in particelle dell’ordine di qualche  micron ( migliaia di nanometri )  che risultano meno nocive  in dimensioni di nano scala.

Cosa è la nanotossicologia ?

Niente a che fare con la satira politica del ventennio berlusconiano. La nanotossicologia esiste davvero ed è una disciplina scientifica che studia gli effetti nocivi per la salute di materiali in formati inferiori a 100nm.

Dose, via di esposizione e natura della sostanza restano comunque fattori tossicologici determinanti a cui si sommano reazioni ed interazioni chimico fisiche specificamente legate alle dimensioni della particella.

http://it.wikipedia.org/wiki/Nanotossicologia

Perchè le dimensioni della particella possono rendere una sostanza nociva ?

1°-Se le dimensioni della particella sono sotto ai 100 nm alcune dimensioni all’interno o sulla superficie della particella sono comparabili con le grandezze dimensionali di alcuni fenomeni fisici: percorsi liberi medi degli elettroni o dei fotoni.

Questo comporta un confinamento quantico ed una riduzione dei gradi di libertà . In pratica riducendo a nanoscala si possono ottenere dalla stessa sostanza una diversa conduttività elettrica, una diversa fluorescenza, una diversa plasmabilità, diverse proprietà magnetiche ecc. 2°- più piccole sono le dimensioni maggiore è il rapporto superficie / volume della particella . Con un semplice modello si può ipotizzare che in una particella di diametro dell’ordine di 1 nm il 90% e oltre degli atomi che la compongono si trovino sulla superficie. In una particella di 20 nm il 10% degli atomi si trovano sulla superficie. Con tutti questi atomi esposti sulla superficie si hanno molte valenze insoddisfatte e legami coordinati difettosi. In pratica la sostanza in nanoscala è chimicamente e fisicamente molto più reattiva.

Rischi legati alle nanopolveri, specialmente in aerosol

I materiali nanometrici possiedono numerose proprietà chimico-fisiche peculiari che potrebbero avere un impatto imprevedibile sulla sicurezza e sulla salute umana.

L’interazione di questi nanomateriali con organi e tessuti umani ha suscitato oltre ad un’intensa curiosità, un enorme ansia sia nella comunità scientifica che nel pubblico cittadino. Si è assistito quindi alla nascita di una nuova disciplina chiamata “nanotossicologia” che si sta occupando dello studio delle interazioni di queste nanostrutture con i sistemi biologici. Fino a qualche anno fa questa scienza si è occupata di studi su cellule in vitro, ultimamente si è passati anche a studi in vivo. Questi ultimi risultano però più complicati rispetto ai primi per le interazione di più componenti ed eventi biologici che in vivo si verificano. L’esposizione della popolazione al nanoparticolato può avvenire indirettamente, o direttamente. L’esposizione indiretta è causata sia da nanoparticolati prodotti da processi naturali come incendi, terremoti ed esplosioni vulcaniche, sia da nanoparticolati derivanti dall’inquinamento atmosferico causato dall’indisciplinato progresso tecnologico che ne ha portato l’accumulo di grandi quantità nel nostro ecosistema (Kagan et al 2005). L’esposizione diretta può avvenire sia per applicazioni biomediche, terapeutiche o diagnostiche, sia per scopi cosmetici (Friedrichs and Schulte 2007).  Possiamo,quindi, dividere le cause di esposizione in:

1.Occupazionale 2.Non intenzionale 3.Per utilizzo di prodotti cosmetici 4.Per utilizzo di prodotti medici

Tutti gli effetti indesiderati dipenderanno dalle caratteristiche fisico-chimiche della superficie e del core delle nanoparticelle (Friedrichs and Schulte 2007; Asiyanbola and Soboyejo 2008). La loro  tossicità è riconducibile ad una serie di fattori come proteine seriche con le quali potrebbero reagire, reazioni enzimatiche cellulo-specifiche, biodistribuzione, metabolismo, clearance, risposta immunitaria, velocità di traslocazione, accumulo, ritenzione in siti critici, degradazione, cambiamenti qualitativi e quantitativi nella biocinetica in un organismo malato o compromesso (Friedrichs and Schulte 2007; Rickerby and Morrison 2007). I nanomateriali presentano un significativo potenziale di rischio, poiché possono essere escreti nell’ambiente dall’organismo che li assume, per poi entrare nell’ecosistema nel quale si disperdono (Liu 2006). In questo modo possono essere inalati per poi depositarsi nelle vie respiratorie, essere ingeriti ed assimilati tramite il tratto gastro-intestinale e depositarsi sulla cute ed essere assorbiti. Da questi siti possono poi traslocare in altri distretti corporei (Friedrichs and Schulte 2007). Sono necessarie quindi numerose strategie di screening di tossicità per accertare il potenziale rischio che essi presentano, soprattutto se tali nanomateriali presentano una reattività diversa dal loro materiale grezzo. È fondamentale che ogni tipo di nanomateriale sia classificato, caratterizzato e studiato (Chan 2006). I primi studi di nanotossicologia sono stati focalizzati sulle nanoparticelle prodotte non intenzionalmente, come il particolato atmosferico, ed hanno preso in considerazione la tossicità polmonare associata alla deposizione di particolato nel tratto respiratorio di alcuni animali (Ferin et al 1992; Oberdorster et al 2005), da questi studi è emerso un legame tra mortalità e la quantità di particolato prodotto dagli scarichi di automobili e da altre fonti di inquinamento cittadino (Zhu et al 2005). Animali da laboratorio esposti a questi particolati, hanno mostrato un aumento dell’infiammazione polmonare e dello stress ossidativo (Ferin et al 1992; Warheit et al 2004; Oberdorster et al 2005) e studi in vitro hanno confermato i dati ottenuti in vivo mostrando un aumento di stress ossidativo, produzione di citochine infiammatorie e apoptosi nelle cellule trattate (Brown et al 2004; Cui et al 2005). Al contrario delle nanoparticelle prodotte accidentalmente, i nanomateriali prodotti industrialmente possono essere sintetizzati in forme omogenee, con dimensioni e forme definite come, ad esempio, sfere, fibre o tubi. I pochi studi di nanotossicologia su questi nanomateriali ingegnerizzati hanno preso in considerazione la dimensione, forma e dose, relazionandoli ad un effetto biologico, cercando di capire se fosse possibile elaborare un modello biologico in cui ritrovare un profilo tossicologico specifico per le differenti proprietà (Oberdorster et al 2005). Le dimensioni sono inversamente proporzionali all’attività biologica causata dalla nanoparticella. Infatti più piccole sono le particelle e maggiore sarà l’area di superficie a parità di massa rispetto a particelle più grandi, maggiore sarà anche la probabilità di avere interazioni con il sistema biologico (Warheit 2004). Nanoparticelle di diverse dimensioni e composizione chimica possono preferenzialmente localizzarsi nei mitocondri in cui inducono il maggior danno strutturale contribuendo allo stress ossidativo (Li et al 2003). La carica di superficie determina il passaggio attraverso della barriera emato-encefalica, infatti nanoparticelle neutre e anioniche possono essere impiegate come carriers per veicolare farmaci all’encefalo, mentre nanoparticelle cationiche provocano un immediato effetto tossico alla barriera emato-encefalica (Lokman et al 2004). Il coating svolge un ruolo fondamentale nel prevenire la tossicità, QD (Quantum Dot) di Cadmio-Selenio (CdSe) provocano tossicità acuta in cellule epatiche primarie per la liberazione di ioni Cd2+ a seguito del deterioramento del reticolo di CdSe, il rivestimento di questi QD con materiale non deteriorabile ne elimina la tossicità (Derfus 2004). QD commerciali con diversi tipi di rivestimento superficiale hanno evidenziato, in cheratinociti, diversi effetti citotossici a seconda del coating (Ryman-Rasmussen et al 2007). Nanoparticelle di carbonio, fullereni e nanotubi, e i quantum dots possono creare specie reattive dell’ossigeno determinando un danno sia in vitro che in vivo (Oberdorster et al 2005). I nanotubi di carbonio single-walled possono causare, a livello polmonare infiammazione dopo instillazione (Warheit et al 2004; Cui et al 2005), in cellule epiteliali bronchiali ed in cheratinociti hanno indotto un aumento dei markers dello stress ossidativo (Monteiro-Riviere et al 2005). I nanotubi multi-walled persistono nelle parti più profonde del polmone, sono in grado di indurre sia una risposta infiammatoria mediata da citochine, che fibrotica, si localizzano nei vacuoli citoplasmatici portando ad un aumento del rischio di carcinogenesi (Shvedova et al 2005). Questi nanotubi sulle cellule epiteliali umane in vitro, hanno causato l’attivazione dell’espressione di molte proteine implicate nel controllo della crescita cellulare, causando così un’inibizione del ciclo cellulare, alterazione dell’esocitosi e del traffico vescicolare, un espressione sregolata dei filamenti intermedi e una down-regolazione delle proteine scaffold di membrana (Monteiro-Riviere et al 2005).

Nanorischi cosmetici

Al momento il rischio maggiore sembra essere quello di non poter a mettere a norma (regolamento)  un qualunque cosmetico con nanomateriali .

Infatti  la definizione del regolamento è ambigua , contraddetta dalla raccomandazione 2011/696/EU e impone valutazioni di sicurezza all’interno di matrici complesse e per di più senza nessun test su animali.

A parte il rischio delle polveri sottili in aria poi non sono facili da valutare i rischi di nanomateriali in forma aggregata o agglomerata, o quelli “legati” in un colloide.

Al momento i principali ingredienti cosmetici sotto osservazione per i rischi da nanoscala sono 3:

Sono filtri solari e possono in dimensioni nano accentuare dei rischi di fototossicità. Mentre nel settore alimentare la granulometria media è attorno ai 100 nm nell’utilizzo cosmetico per filtraggio UV sono preferite granulometrie inferiori (fino a 14 nm) per garantire la massima trasparenza sulla pelle del prodotto applicato.

Anche escludendo le problematiche relative a nanoparticelle “labili” o solubili, quindi escludendo nanoemulsioni, soluzioni, liposomi, nanosomi e simili la lista degli ingredienti cosmetici che potrebbero ricadere nel rischio nanoscala è lunga. Ritengo che molto pochi nella industria cosmetica siano in grado di calcolare gli effetti della lavorazione e stimare quanto una energica miscelazione ed altri processi produttivi possano ulteriormente ridurre le dimensioni delle particelle di alcuni ingredienti cosmetici, pertanto mi baserei sulle materie prime commerciali.

  • Silice: la silice in nanoscala è utilizzata ampiamente nei dentifrici e in molti gel cosmetici; quand’anche non rientrasse nelle restrizione della regolamentazione cosmetica dovrebbe conformarsi alle indicazioni EFSA sul suo utilizzo alimentare ; in ogni caso , se non ricordo male Cosmetic Europe , ex Colipa, a dicembre del 2012 ha cominciato a raccogliere dossier ed opinioni di produttori di cosmetici e loro ingredienti da fornire all’ Sccs prima che si pronunci per una eventuale restrizione.
  • Oro, argento colloidali: contrariamente a quello che si pensa, l’oro colloidale ha un bel colore rosso vinaccia ( una delle conseguenze del confinamento quantico dei fotoni ) e visto che ha come unica funzionalità cosmetologica quella di far vendere le creme a prezzo carissimo è facile immaginare che si troverebbe nei cosmetici a dosaggi omeopatici. L’argento colloidale al contrario potrebbe avere una funzionalità batteriostatica. Considerata l’alta tossicità già non in dimensioni di nanoscala, richiederà capacità funanboliche di chi redige il dossier di sicurezza del cosmetico.
  • Kaolino, bentonite, montmerillonite, hectorite , argille varie: anche senza entrare nella delicata materia dei nanoclay e particolari argille lavorate in mulini ad aria a più stadi, le argille ventilate possono avere una percentuale non irrilevante di particelle inferiori a 100 nm. Visto che si tratta per lo più di silicato di alluminio e che difficilmente una industria cosmetica conosce la distribuzione granulometrica di queste materie prime probabilmente verranno trattate con il tipico approccio: “sono materie prime “naturali” usate da sempre , quindi sicure….poi c’è anche chi se le mangia pensando che facciano bene… “.
  • Talco, polveri minerali fini, carbonato di calcio, magnesio ecc..: sono forniti con una distribuzione granulometrica media da 1 a 5 um ( micron ). A seconda del tipo di mulino e del processo produttivo, difficilmente hanno una percentuale di particelle sotto ai 100 nm superiore al 5%, ma non fa certamente bene respirarseli.
  • Pigmenti: anche se molti pigmenti per avere effetti di translucenza, iridescenza , brillantezza ecc. vengono forniti in diensioni di nanoscala la maggioranza dei pigmenti coprenti superano i 10 um ( micron) di medium particle size.
  • Farine-zuccheri-sali impalpabili: queste polveri risultano impalpabili anche se spesso di dimensioni superiori ai 10 um. Inoltre per la loro solubilità in acqua spesso non rientrano nel rischio polveri in nanoscala anche se inserite non in soluzione all’interno del cosmetico.

Nanoparticles and their interactions with the dermal barrier

iccr-4_2010-eng

fda carbon pigment safety

EPA_NANO-TIO2_FINAL

FDA Draft Guidance for Industry: Safety of Nanomaterials in Cosmetic Products

sccs safety assesment of nanomaterial

CTFA presentation: Safety of Nanoscale Materials in Personal Care Products

Workgroup dell’OCSE sui nanomateriali

irmm nanomaterials 

EU health nanotecnology

Ispesl: Effetti sulla salute dei nanomateriali ingegnerizzati

Cosmetic Nanopresent and nanofuture, part 1
Cosmetic Nanopresent and nanofuture, part 2

Kraeling, ME, Gopee, NV, Roberts, DW, Ogunsola, OA, Walker, NJ, Yu, WW, Colvin, VL, Howard, PC and Bronaugh, RL. (2007) Evaluation of in vitro penetration of quantum dot nanoparticles into human skin. The Toxicologist 96: 289

definizione IUPAC dei colloidi

 

Rodolfo Baraldini

pubblicato :11 febbraio 2013

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17 Commenti

  1. Personalmente considero i prodotti per la protezione solare dei cosmetici “border line”, cioè cosmetici con finalità di protezione e salvaguardia molto più evidenti e rilevanti.
    Con i potenziali danni da UV non si scherza. Per questo non mi piacciono soluzioni autoprodotte .
    Visto la criticità e la difficoltà tecnica, io preferirei un buon prodotto solare magari scelto tra i prodotti per il mass market, che sono in genere più testati ed a buon mercato*.
    Un prodotto non sviluppato per la protezione solare, come una pasta all’ossido di zinco, può effettivamente svolgere anche questa funzione.
    Tecnicamente se la quantità applicata di ossido di zinco riflette gran parte della luce solare visibile ( in sostanza se fa il bianco ) il prodotto riflette ed assorbe anche gli UV.
    I rischi di fotoreattività in questo caso sono molto limitati visto che il prodotto resta chiaramente sulla superficie ed all’esterno della pelle. Sono possibili reazioni fotoindotte o fotoaccelerate tra l’ossido di zinco ed alcuni emollienti , attivi o eccipienti; ma queste non dovrebbero avere alcuna influenza sulla sicurezza del cosmetico.
    E’ comunque preferibile che la formulazione della pasta allo zinco sia più semplice possibile.
    Se c’è l’ossido di zinco, non può essere buona per l’ambiente più di tanto. E’ comunque un ittiotossico, quindi se si ha una sensibilità ambientalista, potrebbe essere utilizzato come solare, ma non ci si può fare il bagno.

    * non intendo consigliare nessuna marca, sarei in conflitto di interessi, ma è un fatto che un cosmetico solare prodotto e venduto in grandi-grandissimi volumi è più probabile che abbia il miglior rapporto prestazioni-prezzo.

    • Grazie per le sue risposte, anche sull’altro topic :) . Io non sono capace a autoprodurmi nulla, quindi più in generale acquisto :) questa è una pasta di una ditta piccola indicata come protezione solare per bambini. Non metto assolutamente l’inci perchè anche cosi sarebbe molto facile riconoscerla e anch’io non voglio fare pubblicità :) è solo perchè avevo letto che l’ossido di zinco può causare radicali liberi se esposto alla luce del sole. Ma lei su questo sembra avermi rassicurato o sbaglio :) (mi risponda solo se la mia affermazione non è corretta e ho malinterpretato – ho postato fin troppi commenti su questo topic e sembro invadente :D ) per la questione ambientale, terrò ben presente…in ogni caso anche quando lo lavero via con la doccia inquinero comnque l’ambiente. Spero proprio che troverete un modo per proteggerci dai raggi solari più ecologico…

  2. Una domanda: l’ossido di zinco al 25% in una pasta come filtro solare, non nano ne micro deve essere rivestito per essere fotostabile? può solo l’ossido di zinco essere un filtro solare?questa pasta è per i bambini quindi non ha antiossidanti. Posso ovviare in qualche modo, magari mettendo un gel o crema prima? vorrei tanto che uscisse fuori un filtro solare, non m’ìmporta se chimico o fisico, ma ok per l’uomo e per l’ambiente..:/ ! Grazie in anticipo per la riposta.

  3. C’è la pubblicazione di un paper sul forum di promiseland e una discussione, per chi volesse dare un’occhiata. Personalmente trovo valido l’innalzamento dei livelli di precauzione, cui le case cosmetiche in vista della normativa UE debbano obbligatoriamente conformarsi, segnalando in inci l’utilizzo di nanoparticelle e possibilmente producendo prodotti che non le abbiano per dare una scelta al consumatore concreta. http://forum.promiseland.it/viewtopic.php?f=2&t=43738

    • Conosco il paper citato da Pietro su promiseland e confermo che a suo supporto ci sono molte altre ricerche che segnalavano come la penetrazione delle nanoparticelle contenute nei filtri solari fosse irrisoria.

      Alcune rilevavano come questa penetrazione fosse solo a livello di strato corneo e che con il ricambio in pochi giorni dello strato corneo eventuali rischi erano minimi. Una ricerca più recente http://toxsci.oxfordjournals.org/content/118/1/140.abstract

      mette in dubbio molte di queste conclusioni.

      • grazie della tua risposta. Personalmente in famiglia non abbaimo fatto mai uso di nessuna crema solare ed ore ed ore al sole pure da piccoli….era un’abitudine famigliare…mai creme cosmetiche, mai nulla non siamo mai stati grossi consumatori, un po’ in generale oer i cosmetici a parte i detergenti, ovvio :P … è dal 2009 tipo che uso creme solari :P e l’anno scorso ne ho utilizzata parecchia…io userei creme con i filtri chimici stabili senza zinco e titanio, considerando che anche l’ossido è inquinante, in più quei piccoli principi attivi che mettono nelle creme per contrastarne i radicali liberi (l’ho scoperto solo da un’anno che zinco e titanio hanno quest’effetto al sole!) non credo che contrastino efficacemente, tipo l’olio di riso pare che nn venga neanche granche assorbito…a sto punto per l’ambiente e per me, un filtro chimico utilizzato moderatamente e un atteggiamento sano sotto il sole mi sembra l’azione più dermoecocompatibile possibile.

      • “Comunque le nanoparticelle di TiO sono utilizzate nei filtri solari dal
        1990 e quelle di ZnO2 dal 1999 e non risulta che abbiano dato problemi.
        L’approccio
        attuale, che tende a disincentivarle, è solo prudenziale .Infatti le
        loro nanodimensioni portano solo un vantaggio estetico” ci sono molte malattie che non hanno ancora un’eziologia certa….20 anni di ricerche con i ritmi e qualità della ricerca attuale non mi sembrano una garanzia :) e con la pear review…

  4. che bella lista…la silice è utlizzata tantissimo anche nei medicinali e quindi va ingerita..è la stessa di cui parli? la silice colloidale?tinosorb, zinco e titanio sono la base di creme solari ecobio..sarà un caso ma per la prima volta le ho utlizzate l’anno scorso e pirma usavo la nivea ogni tanto…beh mi sono spuntate un bel po’ di rughe, ti giuro le mie prime rughe…sarà un caso? mah credo che ste estate non mi mettero niente come le altri estati quasi, che devo fare? ok, la chemofobia però…nn si sa che pesci pigliare…i pigmenti coprenti quindi quelli scuri e non translucenti mi paiono ok, oppure ho frainteso? quelli più a rischio sono i colori chiari e molto translucenti. Le argille sono contenute anche nei dentrifrici per evitare la silice..la cosa è un sacco ironica…c’è un detersivo, il cif crema che si vanta di avere microparticelle…

    • per le nanoemulsioni credo che si puo far riferimento al lavera deo-roll on con bella emulsione all’ossido di zinco da mettere sotto le ascelle piene di dotti e pori…che sto usando non senza allegie a volte…do queste info sperando che sia corrette, magari qualcuno che passa da un’occhiata e gli si accende una lampadina…”toh, manco questo va!” -.-

      • in realtà il rischio nanomateriali è ancora tutto da ben definire. Alcune campagne , anche politiche ( Movimento5stelle) , genericamente contro le nanopolveri, non hanno ancora una chiara validazione scientifica. Si sa che c’è un rischio ma si fa molta confusione. Se tutte le nanoparticelle fossero così pericolose immergersi in mare sarebbe letale. Il principale rischio riconosciuto al momento è nell’inalazione di alcune nanoparticelle insolubili. In cosmesi già da tempo la norma faceva notare che l’innocuo talco con cui per quasi un secolo abbiamo spolverato e massaggiato baby e neonati, così innocuo non era affatto. Con largo anticipo sulle campagne di opinione allarmistiche che circolano, nel cosmetico per protezione solare è stato individuato un altro rischio: quello dei cosiddetti filtri fisici in nanodimensione.

        In questo caso infatti l’aumentata reattività della particella dovuta alle dimensioni si somma alla fotoreattività ed alla aumentata probabilità di penetrazione cutanea. Non c’è alcuna evidenza per ora che questi nanofiltri solari siano così pericolosi, ma nel dubbio si sono alzati , almeno a livello scientifico e normativo , i livelli di precauzione.

        I filtri solari insolubili (questa dovrebbe essere la corretta definizione) introducono questo nuovo rischio; hanno comunque il grande beneficio di avere un rischio di scatenare reazioni di tipo allergico molto inferiore dei filtri solari solubili.

      • questa nuova sui 5 stelle mi mancava…e fa il paio con quella sui vaccini…che poi era stata espressa in un meet up lombardo e non era la posizione ufficiale del M5s rende proprio l’idea di quanto sia ambigua la struttura di questo movimento…ma mi piace la loro idea sui trasporti: vai in una cabina telefonica, alzi la cornetta e poi fiuuuum in un lampo ti sei spostato a 300 metri come Neo di Matrix…soluzione ecologica e spettacolare! credo che non usero filtri solari quest’estate…anche se il marchio che ho usato diceva che non vi erano microparticelle addirittura ma ti posso assicurare che non vi era nessuna patina bianca sulla pelle. Forse non c’è un modo per un consumatore per sapere se nella propria crema solare ci siano o meno nanoparticelle…la bufala che girava su internet era che la loro assenza era garantita da sciee bianche sulla pelle dopo..la spalmatura? la spalmazione? :P ciao!

      • Grillo ed il movimento5stelle sono molto sensibili al problema delle nanopolveri. La campagna contro gli inceneritori , la raccolta fondi e le sponsorizzazioni delle ricerche di Montanari e moglie sulla nanotossicologia sono state bandiere del M5S da oltre 7 anni. In realtà molti dei paper scientifici citati non giustificano affatto l’allarmismo che sulle nanoparticelle è stato fatto circolare. In molti casi sono state rilevate delle covarianze statistiche, che non dimostrano alcuna causalità diretta tra nanoparticelle e patologie.
        L’attuale regolamento impone di specificare in etichetta se il cosmetico contiene nanoingredienti imponendo un (nano) dopo l’INCI nella lista ingredienti. E’ solo un piccolo passo, ma l’approccio precauzionario significa solo che: al momento non esistono sufficienti dati per determinare la sicurezza di questi nanomateriali. Non significa che: sono a priori pericolosi. Non solo il consumatore, ma la maggioranza dei produttori cosmetici non è in grado di determinare più di tanto la presenza di nanoparticelle. Il test della scia bianca è molto semplicistico ma può dare una risposta molto grossolana alla domanda se possono esserci nanomateriali nel prodotto solare. In sostanza un cosmetico per protezione solare che contiene soprattutto filtri insolubili ( cosiddetti minerali o fisici ) e che applicato diventa immediatamente invisibile è molto probabile che utilizzi nanoparticelle.

      • “L’attuale regolamento impone di specificare in etichetta se il cosmetico contiene nanoingredienti imponendo un (nano) dopo l’INCI nella lista ingredienti”

        Mi scusi, ma questo non contraddice quanto scrive nell’articolo?

        “Al momento il rischio maggiore sembra essere quello di non poter a mettere a norma (regolamento) un qualunque cosmetico con nanomateriali .

        Infatti la definizione del regolamento è ambigua , contraddetta dalla raccomandazione 2011/696/EU e impone valutazioni di sicurezza all’interno di matrici complesse e per di più senza nessun test su animali.”

      • Il regolamento imporrebbe di definire il profilo di rischio e la dose ed esposizione sicura di ogni ingrediente contenuto nel cosmetico. Al momento per i nanomateriali questo non è possibile in quanto non si conoscono Noael o altri parametri tossicologici dei nanomateriali. A titolo precauzionario la norma allora impone di comunicare che i nanomateriali sono presenti … in sostanza: “non posso affermare con certezza che sono sicuri o nocivi, ma almeno ti avviso che ci sono”.

      • Se non le dispiace, avrei una domanda da porle. Come la pensa sul principio di precauzione?

        Commissione CEE COM(2000) 1 final ( 2 febbraio 2000):

        …invocare o no il principio di precauzione è una decisione esercitata
        in condizioni in cui le informazioni scientifiche sono insufficienti,
        non conclusive o incerte e vi sono indicazioni che i possibili effetti e
        sulla salute degli esseri umani, degli animali o e delle piante possono
        essere potenzialmente pericolosi e incompatibili con il livello di
        protezione prescelto”.

        io cerchero di seguirlo, quindi, anche se come dice lei non ci sono sufficienti evidenze scientifiche che le nanoparticelle fanno sicuramente male: a parte lo smog, il talco, quelle da inalazione che sono scientificamente provate che fanno male, c’è un grosso rischio da valutare per tutte le altre. Solari che usano titanio, zinco e tinosorb che mi dice essere in prevalenza in nanoscala vengono venduti rassicurandoci che non ci siano nanoparticelle, dicendoci che basta la scia bianca lasciata da un solare sulla pelle a rassicurare il consumatore (ho in mente una marca precisa). In base a quanto dice, questa gente mente. Non c’è principio di precauzione che tenga se non quello di evitarle. Da quello che scrive, sul mercato e per altre esigenze (la trasparenza sulla pelle) queste sostanze sono in nanoscala e chi afferma il contrario dicendo che sì le utilizza ma non in nanoscala, sta dicendo una grossa bugia. La stessa cosa vale per la silice. Mi chiedo se anche per i detersivi valga la stessa cosa.Disodium Disilicate e la Silice amorfa vano bene dal punto di vista ecologico e di sicurezza per il consumatore? Si depositano sui vestiti durante il lavaggio?Grazie se vorrà rispondermi.

      • il ” grazie se vorrà rispondermi” non ha un’intenzione polemica :) tramite internet è un po’ complicato esprimersi. Il suo è un blog di divulgazione scientifica, lei ovviamente ha la libertà di decidere se e quando rispondere alle curiosità, seppur legittime, dei suoi lettori. :)

      • Condivido l’applicazione del principio di precauzione inteso come risk management, ma di quello vero, non nella formula che viene spesso impropriamente citata da alcuni ambientalisti.

        Ne parlo qui: http://www.nononsensecosmethic.org/?p=35979

        Evocare il principio di precauzione per prodotti o ingredienti cosmetici è spesso improprio visto che il rischio molto raramente è quello di un grave danno. Ma quando questo rischio c’è , a fronte della diffusa ignoranza o dell’approccio un po’ superficiale con cui alcuni trattano la sicurezza del cosmetico… allora ben venga il principio di precauzione.

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