Formulare GREEN: il sistema antiossidante ed i cosmetici o saponi a pois.

Formulare GREEN: il sistema antiossidante ed i cosmetici o saponi a pois.

 

 

Luca a commento dell’articolo sul Paradosso Polare   degli antiossidanti mi chiedeva:Che antiossidanti useresti in un cosmetico bio ?

Bella domanda. Prima di tutto si deve chiarire cosa è un cosmetico Bio o Eco o Green. Chi lo sa alzi la mano.

Oggi in realtà è solo una definizione commerciale che fino a quando ISO e Commissione Europea non avranno definito il significato di termini come Naturale, Biologico, Ecologico nella pubblicità del cosmetico ognuno se la gestisce ed attribuisce come gli pare. Chi deve vendere cosmetici o materie prime per cosmetici ha trovato un facile mercato vantandosi di qualità che potevano essere comunicate nel modo più confuso o ingannevole al consumatore.

Un business nei primi tempi relativamente facile, quando non erano praticamente tutti a vantare valori green.
Sempre di business si tratta anche con le certificazioni che società private dispensano .

Purtroppo questa situazione ha fatto si che il consumatore che cercava una sua consapevolezza e che nell’acquisto del cosmetico voleva mettere magari qualcosa di più fosse preso ripetutamente per i fondelli, non solo con l’inganno ma anche con la vendita di pessimi cosmetici, resi accettabili solo perché percepiti come “GREEN”  .

Cosmetici instabili, che virano, che macchiano, con texture taccose se non pasticciate e profumi che non accetterebbero neppure in un deodorante per bagni pubblici.  La disinformazione con le pagelline di ingredienti buoni e cattivi regna sovrana ed il consumatore non può discriminare chi in palese malafede cerca solo di far vendere alcuni cosmetici o alcune materie prime al posto di altre.

Il fatto è che formulare e produrre GREEN è molto più complesso di quanto sembri, mentre a dipingere di verde una etichetta non ci vuole quasi nulla.

Peccato, il cosmetico GREEN oltre che potenziali valori sociali ed ecologici potrebbe anche sovraperformare in termini di  efficacia. Gran cosa l’evoluzione della specie !
Spesso i mix di sostanze ricavate dal mondo vegetale sono sinergici e hanno prestazioni superiori del principale principio attivi che contengono.
Visto che lamentarsi non serve a granchè, nel caos di definizioni , dove ognuno si sente autorizzato a cantarsela ed a suonarsela a piacimento, visto che mi è stato richiesto, posso condividere qualche idea formulativa.


La cosmesi GREEN si identifica in gran parte con la fitocosmesi. Infatti l’utilizzo di ingredienti derivati da vegetali risolve molti dubbi su quanto sono davvero GREEN le formulazioni.

Chi crede di capirne qualcosa partendo dalla lettura della lista ingredienti è destinato a prendere grandi cantonate. La maggioranza del tocoferolo sul mercato è prodotto con sintesi che partono dall’idrochinone, praticamente tutto l’acido ascorbico , vitamina C , è prodotta per biosintesi in reattori con ceppi modificati.

Come controparte tutti gli INCI che si definiscono EXTRACT o JUICE o FILTRATE di qualche vegetale non dicono molto di cosa c’è davvero dentro l’ingrediente, dicono solo da dove viene estratto.

Il più delle volte , vale anche per gli oli essenziali, dove si deve parlare di composizione tipica, visto che non si può neppure definire normale a fronte della ampia variabilità, casualità ed instabilità.

Quando la cosmesi GREEN ha cominciato ad interessare mercato e formulatori è emerso poi che proprio gli estratti vegetali sono facilmente contaminati , da metalli pesanti o pesticidi.

Pochissime aziende cosmetiche , per lo più grandi gruppi, fanno controlli analitici per l’accettazione delle materie prime, che non possono essere evitati neppure acquistando materie prime provenienti da agricoltura biologica.

Insomma, formulare green è DIFFICILE.

Una delle prime amare scoperte che fece il formulatore GREEN furono le macchie, discoloration, che deturpavano i cosmetici.

Solari che ingialliscono e sporcano irrimediabilmente i vestiti.

Saponi con macchie  arancioni o con la superficie marron.

Vasetti  con creme originariamente candide che dopo poco tempo si presentano a pois gialli o marron.

Senza parlare poi degli strani odori, non sempre gradevoli che possono saltare fuori.

Nella maggioranza dei casi si tratta di problematiche connesse all’ossidazione ma si deve considerare anche che , sempre per ragioni evolutive, moltissimi ingredienti vegetali sono di fatto dei cromofori, cioè tingono.

CROMOFORI

Che fiore sarebbe se fosse in bianco e nero ?

I cosiddetti cromofori sono in genere molecole dove si presentano 2 o più doppi legami coniugati.
Queste strutture e configurazioni chimiche comportano l’assorbimento selettivo della luce a precise lunghezze d’onda, producendo di fatto uno specifica colorazione della sostanza.

Il carotene con segnati in rosso i suoi 11 doppi legami coniugati che lo rendono un bel cromoforo arancione.

Semplificando molto molto, i legami coniugati spiegano perché l’idrocarburo carotene è di un bel colore arancione e tinge tutte le formule dove lo si inserisce, mentre l’idrocarburo paraffina, è praticamente trasparente. Preferirei chiamare gli idrocarburi all’inglese idrocarboni viste le chemofobiche storielle che vengono messe in giro per demonizzare gli idrocarburi.

Chi di chimica ne capisce molto più di me, solo guardando la struttura di una molecola, dagli orbitali anti-bonding e dai legami coniugati è in grado di stimare l’assorbimento della luce, UV e visibile.

La delocalizzazione e risonanza è anche uno dei fattori per cui agisce un antiossidante fenolico e questo, semplificando molto molto, spiega perché l’ossidazione sia la causa del viraggio colorato di tanti prodotti, ma anche la ragione per cui l’acqua ossigenata “sbianca” tanti composti organici.

SISTEMI ANTIOSSIDANTI GREEN

Per stabilizzare un cosmetico rispetto al rischio ossidazione il primo espediente è non utilizzare ingredienti suscettibili .
Visto che molti principi attivi particolarmente efficaci sono a rischio questo non è sempre possibile.
Il secondo accorgimento è quello di ridurre l’esposizione all’ossigeno del prodotto.
Packaging idonei fanno si che l’esposizione all’ossigeno dell’aria sia molto limitata.
L’utilizzo di ottimi scavenger dell’ossigeno come il sodiometabisolfito non penso rientri in un approccio rigoroso alle formulazioni green pertanto il sistema antiossidante , utilizzando solo estratti vegetali, deve essere formulato cercando di ridurre il rischio di azioni pro-ossidanti dei principali antiossidanti fenolici.
Un ottimo compromesso si trova negli estratti ricchi di acido carnosico e di acido rosmarinico.
Rosmarino, Salvia, Origano, Melissa ecc…
L’efficacia dell’estratto è linearmente dipendente dalla concentrazione totale di fenoli.
In funzione del prodotto da stabilizzare si devono adottare estratti più idrofili , per gli oli puri e per sistemi-emulsioni acqua in olio con poca acqua o estratti prevalentemente lipofili per le emulsioni olio in acqua.
La teoria del paradosso polare è quasi sempre confermata.
In un estratto di rosmarino ad esempio, quello più ricco di acido rosmarinico , quindi estratto in acqua o acqua e alcohol , si comporta meglio per gli oli puri , saponi e sistemi-emulsioni acqua in olio con poca acqua.
L’estratto più ricco di acido carnosico e carnosol, in genere una oleo resina, si comporta meglio nelle emulsioni olio in acqua e nelle emulsioni-sistemi con più del 10-15% di acqua.

Sul mercato degli ingredienti per l’industria alimentare o per quella cosmetica sono disponibili decine di estratti diversi, liquidi o in polvere, con performances e purezza anche molto diverse tra loro.
Per gli oli puri , visto che non è molto green l’utilizzo di acido ascorbico e suoi derivati, si può utilizzare anche l’estratto di Phyllantus Emblica, nota nell’ayurveda come amla.
Purtroppo non vengono quasi mai fornite analitiche chiare di questi estratti, al massimo vengono titolati per uno o due dei suoi componenti di riferimento.
Considerando la possibile interazione con sistemi antiossidanti già presenti negli oli vegetali solo dopo un po’ di prove empiriche si riesce a dosare la corretta quantità di estratto antiossidante da aggiungere.
Il copia incolla formulativo, assumendo per validi valori standard suggeriti da chi vende le materie prime o da altre formulazioni può portare ad errori grossolani.

Parlando sempre di formulazioni green sono disponibili miscele di tocoferoli e tocotrienoli ricavati dalla raffinazione dell’olio di palma o dell’olio di soia.
Quella ricavata dalla palma , più ricca di δ o γ tocoferoli è quella con il rischio minore che diventino pro-ossidativi.
Agli inizi del mercato del cosmetico Green proprio le reazioni pro-ossidative degli antiossidanti hanno creato la maggiore diffusione di macchie-discoloration nel cosmetico. Infatti è proprio l’antiossidante fenolico che può  reagire formando dei cromofori.

Non è un problema solo degli ingredienti e formulazioni “green”.

Vale anche per gli antiossidanti sintetici tipo BHA, Propyl Gallate ecc.
Anche uno tra i più stabili, il TBHQ, in ambiente alkalino con amine forma dei bei  cromofori rosa.

Alcuni formulatori pensando di aumentare la stabilità di fronte ad un evidente problema di ossidazione aumentavano gli anti-ossidanti e così aumentavano le macchie o il prodotto nelle aree a contatto con luce e/o aria diventava di un bel giallo intenso.

È sempre preferibile non addizionare troppi antiossidanti alla formula.

Purtroppo non conosco quencer vegetali in grado di inibire adeguatamente  la trasformazione di antiossidanti come il tocoferolo in pro-ossidanti.
I carotenoidi sono dei discreti quencer del singoletto e peraltro si trovano spesso naturalmente all’interno di estratti o oli.

Ma  possono svolgere  un ruolo sia sinergico, positivo,  sia pro-ossidante, negativo. In genere una piccola concentrazione di carotenoidi abbinata ai tocoli  riduce il rischio auto-ossidazione e discolorations.
Quella che in genere crea maggiori problemi è la clorofilla, anche lei spesso presente in estratti o oli vegetali.
La sua presenza alza la probabilità che si formino macchie o che la superficie esposta all’aria ed alla luce ingiallisca o scurisca.

DREADED ORANGE SPOT

Temute Macchie Arancioni, in  breve DOS, è il simpatico nome che circola nel mondo di chi si autoproduce sapone per descrivere macchie che appaiono nel sapone  in modo apparentemente casuale.
In realtà il fenomeno può manifestarsi in modo diverso , anche non proprio casuale, con macchie-discolorations soprattutto nelle superfici di contatto con la luce , l’aria o il contenitore. Queste ultime sono evidentemente legate all’ossidazione ed all’inadeguato sistema antiossidante .

Rosanna mi ha segnalato un paper che tratta il problema con l’approccio di chi si autoproduce saponi.

DreadedOrangeSpot-Dunn.pdf

Molto interessante e ben fatto, ma non ne condivido l’approccio.

Anche se le DOS sono quasi sempre collegate a reazioni di ossidazione l’approccio che io terrei è focalizzato sulla purezza più che sul sistema antiossidante.
Infatti anche il miglior sistema antiossidante in un prodotto solido o semisolido come un sapone non può proteggere  tutto ed arrivare dappertutto.

PUREZZA DEGLI INGREDIENTI.

Si è abituati a ragionare come se le sostanze fossero pure. Non lo sono mai.

L’acqua contiene sali, gli oli vegetali contengono oltre ai trigliceridi: acqua ( molti lo dimenticano ) , insaponificabili , clorofilla e carotenoidi ma anche tracce di metalli pesanti e tracce di pesticidi. Le materie prime di produzione prese nella filiera della chimica dovrebbero dichiarare il grado di purezza. Insomma quando mettiamo un olio , acqua , NaOH ed un estratto in un sapone mettiamo  anche tante cose di cui non sappiamo molto bene quantità e natura.

Quando a priori non si possono ridurre a sufficienza le impurità  si devono adottare accorgimenti che aumentino la stabilità del sapone “a posteriori” . La prima protezione  verso le impurità che possono creare macchie sono i sequestranti . Non tutti i sequestranti lavorano nello stesso modo. Ad esempio l’EDTA che è uno dei pochissimi sequestranti in grado di competere con la formazione di calcio stearate, a pH sopra 10 non è un buon sequestrante del Fe3 .

Visto che Fe e Cu sono quelli che più facilmente innescano le reazioni di autossidazione , non basta mettere un chelante nel sapone, si deve mettere un chelante che complessa questi metalli anche a pH alkalino. I migliori, nel senso che sono efficaci ed anche GREEN , sono i gluconati. Le miscele di chelanti non sono facili da formulare, mentre la sinergia dei gluconati con chelanti forti ma poco GREEN come l’EDTA ha un senso, l’EDTA si occupa del Ca e della durezza dell’acqua, mentre il gluconate si occupa di Fe e Cu. L’azione di gluconate e acido citrico abbinati non è sinergica. Come dire che basta mettere il solo gluconate. Ci sono poi chelanti forti non GREEN che stabilizzano il Fe anche a pH alkalino come l’HEDP.

Il rischio che si formino  macchie random nei saponi  può essere ridotto agendo su più fronti.

1° utilizzare oli ben raffinati. Gli oli vegetali se fossero composti solo da gliceridi sarebbero praticamente bianchi. Quindi gli oli vergini oppure poco o mal raffinati sono comunque più a rischio. Tanto più se sono oli verdi. Infatti la presenza della clorofilla non fa che alzare il rischio foto-ossidazione. I processi di raffinazione, sbiancamento  e deodorazione tra l’altro in genere riducono il rischio che l’olio sia contaminato da metalli .

2° utilizzare oli meno soggetti all’autoossidazione , all’ inrancidimento ed alla formazione di cromofori. Quasi tutti sanno che più sono i doppi legami più è alto il rischio di autossidazione, ma conta anche la distanza tra i doppi legami. Alcuni oli, non proprio comuni come il meadowfoamoil, pur essendo ricchi di insaturi sono più stabili di quanto ci si aspetterebbe, proprio perché i doppi legami sono più distanti tra loro,

La presenza naturale e non, di antiossidanti fenolici in alcuni oli da una parte è un vantaggio in quanto riduce il rischio auto-ossidazione dall’altra è un rischio visto che sono proprio loro che possono degradare formando cromofori.

Si deve comunque considerare che volenti o nolenti quasi tutti gli oli sul mercato alimentare sono ” relativamente” stabili.

In quelli dove durante la raffinazione vengono rimossi gli antiossidanti, a fine processo vengono “spesso” ri-aggiunti e fino a poco tempo fa non era raro trovare analiticamente BHA, BHT o altri antiossidanti “non dichiarati” negli oli.

3° aggiungere , quando necessario, cioè quando non si può garantire la purezza e stabilità degli oli o degli altri ingredienti, un buon sistema antiossidante. Comunque sia formulato il sapone, con sale, con bicarbonato , a sconto ecc. dei buoni chelanti come i gluconati, oltre a migliorarne schiuma ed efficacia lavante in presenza di acque dure, hanno una ottima performance nel ridurre il rischio macchie, soprattutto nel periodo medio breve.

Più si allunga il tempo, più è preferibile una sinergia tra chelanti e antiossidanti, ma non volendo/potendo utilizzare gli antiossidanti più efficaci ma non GREEN, come il TBHQ o il  PENTAERYTHRITYL TETRA-DI-T-BUTYL HYDROXYHYDROCINNAMATE , si devono utilizzare estratti vegetali di cui è nota la composizione e purezza.

Miscele di tocoferoli e tocotrienoli estratte dall’olio di palma, estratti di rosmarino ricchi di acidi fenolici più idrosolubili e con poca clorofilla .

La quantità di antiossidanti aggiunti è un dato molto critico, visto che loro stessi possono diventare pro-ossidanti e cromofori. Moltissimi oli arrivano sul mercato già relativamente stabili o stabilizzati rispetto all’autossidazione , pertanto il più delle volte la quantità di anti-ossidante da aggiungere è veramente piccola ( dell’ordine dell’ 1 per 1000 di sostanza attiva ).

Un buon sistema antiossidante sfrutta sempre la sinergia tra antiossidanti e sequestranti.

4° Calcolare l’effettivo numero di saponificazione. Molte macchie random nei saponi sembrano dipendere più che altro da variabili di processo . Anche se può sembrare complesso, è relativamente semplice misurare di ogni olio o miscela di oli  l’effettivo numero di saponificazione. Utilizzando tabelle e valori “standard”, considerando la grande variabilità degli oli vegetali, può capitare facilmente che si pensi di formulare a sconto di NaOH ciò che non lo è . Oppure, fattore a maggior rischio di formazione di macchie, può capitare che la componente non saponificata e non cristallizzata  sia molto maggiore di quanto si vorrebbe.

5° Adottare profumi stabili. Alcuni profumi sono particolarmente fotoinstabili e possono formare cromofori responsabili di macchie/discoloration nelle formulazioni. Tipicamente alcune aldeidi ”profumanti” e quelle derivate dalla vaniglia ne sono un esempio palese, diventano di un bel giallo limone se esposte alla luce ed all’aria, anche in poco tempo.

Rodolfo Baraldini

Pubblicato 3 maggio 2015

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31 Commenti

  1. Interessante articolo ricco di spunti. Grazie. Avrei una domanda sulla conservazione del sapone home made. Nei libri di Tadiello/Garzena e in quelli di Paoletti si raccomanda sempre di far “respirare” il sapone e non usare mai imballi plastici anche dopo la stagionatura.
    Seguendo blog e gruppi facebook leggo che la questione è molto variegata. C’é chi imballa dopo 2 mesi con pellicola alimentare e chi lascia in scatole di cartone.
    Secondo il tuo parere, una volta terminata la stagionatura necessaria, qual’ è il sistema migliore per conservare più a lungo una saponetta? Ho sempre pensato alla pellicola, anche per via del profumo, ma leggere manuali che lo sconsigliano così fortemente mi mette grossi dubbi e appunto volevo chiedere un parere più tecnico a te.

    • Sospetto che il problema sia l’acqua e aria residua nel sapone visto che nell’autoproduzione non si adottano processi di essicazione e plastificazione industriali.
      L’acqua legata dalla glicerina e dalle cristallizzazioni non evapora facilmente e forse per questo gli autoproduttori parlano di lasciar “respirare” il sapone…ammesso che l’ambiente non sia molto umido. In un sapone correttamente essicato e degasato io preferirei un imballaggio e confezione impermeabile .

      • Forse è questo il problema. Essicandolo all’aria di casa forse non si è mai certi di avergli fatto perdere completamente l’acqua residua. Ma soprattutto se rimanesse una piccola quota acquosa (o di aria) al suo interno, una volta sigillato in plastica, che rischi si potrebbero correre? Voglio dire, perché dovrebbe innescarsi un processo di irrancidimento se l’acqua al suo interno rimane in minima parte mentre se è continuamente esposto all’aria (e quindi anche ad attacchi di umidità ambientale) dovrebbe andare tutto liscio? C’è una spiegazione scientifica per questa cosa? Perché al di là di ambienti molto o poco umidi lasciarlo “libero” immagino permetta all’umidità (anche se poca) dell’ambiente di attaccarcisi e di provocare più danni che se non ne fosse rimasta un pochettino all’interno della plastica.

  2. Ciao, leggendo l’inci di alcuni saponi “naturali” trovo tra gli ingredienti il sodio fitato combinato con sodio citrato. Questo fitato,leggendo su mypersonaltrainer, scopro essere un chelante usato in sostituzione di tetrasodium edta in prodotti naturali. Cosa ne pensi? Potrebbe essere abbinato ad esempio al gluconato di sodio (visto che mi pare di capire che il citrato non è così performante)? Cosa ne pensi di questo prodotto x il sapone?

    • Il sodio fitato è un polifosfato, l’industria utilizza l’STPP con funzioni analoghe. Funge da chelante ma soprattutto, analogamente all’etidronate inibisce anche a piccole dosi la cristallizzazione del calcare, azione diversa da quella sequestrante.

      A ph alkalino non mi risulta particolarmente efficace e non ha la “forza” di contrastare la formazione di calcium stearate.
      Formulato con disperdenti zeoliti, polimeri ecc.. mi risulta efficace in detergenti a pH non molto alkalino ma come chelante in un sapone pH 9 ….citrato<fitato<gluconato<etidronato<edta
      ,

      • Grazie per la sempre disponibile risposta. Non ho capito bene il diagramma finale. È per caso l’elenco dei sequestranti in ordine di efficacia? Citrato il più leggero e edta il più forte? La intendo così. Grazie ancora.

      • a pH 9 sullo ione Ca è l’ordine di grandezza dell’efficacia.

  3. Volevo farti una domanda. Faccio sapone in casa e ultimamente sto usando una combinazione di chelanti: gluconato allo 0.4% e edta allo 0.2%.
    In un paio di pezzi di saponate diverse ho riscontrato, all’uso che sembrava un po’ “sabbioso”, un po’ come se ci fossero dei piccoli cristallini di zucchero non sciolti bene (ovviamente era tutto amalgamato alla perfezione).
    A tuo avviso potrebbe essere un effetto indesiderato dell’edta (e quindi passare a 0.1%)? Col solo gluconato e ancor prima con etidronato mai avuto problemi ma appunto, prima di cambiare volevo sapere se era una reazione possibile o se le cause son da ricercare in altri addittivi.

    • non lo so. Ci sono troppi fattori in gioco .
      Mi sembrano più probabili altre cristallizzazioni.

      • Grazie mille

  4. Non avendo particolari esigenze ecologiste, ho a casa gluconato, edta ed etidronato.
    Considerando che il gluconato pare la nuova rivoluzione (almeno stando a guardare il mondo dei saponai che fino a poco fa ne ignoravano l’esistenza), secondo te come stabilità in una formula è preferibile 0,4% gluconate + 02% etidronate oppure 0.4% gluconate + 0.2% edta?
    Ho letto dal tuo articolo che edta e etidronate più o meno si equivalgono in termini di biodegradabilità o quantomeno di potenziali “danni” all’ambiente, per cui mi piacerebbe poter usare la sinergia teoricamente più performante (sempre che si possa in qualche modo stabilire).

    PS: che poi ancora non riesco a capire perché l’etidronate sul biodizionario è ancora con 1 pallino verde ma questa è un’altra storia

    • Se non hai esigenze “ecologiste” il gluconate non serve gran che. EDTA e HEDP da soli o in miscela sono i più efficaci.

      • Ah. Mi era parso di capire, leggendo i tuoi articoli, che li consigliavi in combinata anche col gluconate che, indipendentemente dall’ecologico, credevo fosse un buon chelante che in sinergia con edta o etidronate potenziasse gli effetti di questi due. Quindi consigli dei due eventualmente etidronate + edta? Effettivamente nei saponi commerciali (mi viene in mente Lush) usano edta ed etidronate ma pensavo fosse principalmente per una questione di costo maggiore del gluconate.

      • Ps: su Glamour Cosmetics (che da quanto mi risulta è l’unico fornitore per spignatto che venda il gluconate), lo descrive come più efficace sia di edta che di etidronati. E’ quindi un claim pubblicitario esagerato? Perché in tante ci avevamo un po’ creduto e soprattutto sperato

      • in termini di potere chelante, mg di carbonato e di attività a diversi pH verso diversi metalli il gluconate non è affatto più efficace di edta e fosfonati. Sono tutti “poco tossici”, ma il gluconate è più “ecologico”. Il database ecolabel DID gli attribuisce un fattore di degradabilità DF=0,05 contro all’EDTA = 0,5 e fosfonati =1

      • Scusa, continuo a non comprendere. Mi scrivi che se non ho esigenze ecologiste il gluconate non serve a molto e di usare edta o etidronate da soli o in coppia.
        Però nell’articolo sopra scrivi: ” la sinergia dei gluconati con chelanti forti ma poco GREEN come l’EDTA ha un senso, l’EDTA si occupa del Ca e della durezza dell’acqua, mentre il gluconate si occupa di Fe e Cu.” e proprio per questo, dopo aver letto il tuo articolo, ho pensato che la sinergia tra gluconate ed edta (ma se avessi avuto l’etidronate avrei usato quello) sarebbe stata meglio dell’uso singolo del solo edta.

      • intendevo che se si usa il gluconate si può potenziare la sua azione sul calcio con chelanti più potenti al pH tipico del sapone. Il gluconate può chelare Ca più dell’EDTA solo a pH 14 , a pH sotto 11 ne chela molto molto meno. Al contrario per il Fe3 l’EDTA è meno efficiente del gluconate a pH11. La sinergia ha un senso quando si devono chelare metalli diversi al pH del sapone. Nel normale utilizzo per contrastare la durezza dell’acqua, quello a cui pensavo quando ti ho dato la prima risposta, EDTA e HEDP sono più efficienti del gluconate e funzionano benissimo da soli. L’Hedp chela bene il Fe3 anche a pH12.

      • Allora chiedo scusa perchè forse mi sono spiegat male io all’inizio nel mio primo messaggio. Quando parlavo di gluconate + edta intendevo proprio per il sapone. Rileggendomi ora mi accorgo che ho omesso questa importante info. Per questo continuavo a non capire perchè nell’articolo mi parlassi di sinergia dei due e in risposta mi dicevi che se usavo edta non mi sarebbe servito il gluconate.
        Approfitto della tua gentilezza (poi la smetto) per domandarti se, sempre nel sapone, utilizzandoli alle percentuali consigliate dai produttori, risulta più efficace l’edta o l’etidronate ed eventualmente come potevano essere inseriti in sinergia entrambi (non so ho capito se basti mettere entrambi nella percentuale consigliata dal produttore o se, essendo presenti entrambi, è meglio abbassarne le dosi).
        Ma la cosa che mi preme di più al momento, era appunto un confronto di efficacia di edta vs etidronate nel sapone.

      • Secondo me tra etidronato o edta c’è poca differenza nel sapone. Puoi provare a usarlo col gluconate sempre a 0.3 o 0.4%.
        Io l’etidronato lo terrei sempre allo 0.2% come tenevi edta.
        Poi sarà eventualmente Rodolfo a dirti se come efficacia nel sapone a queste percentuali è efficace alla stessa maniera. Io lo sto usando da solo e mi trovo bene. L’edta non lo conosco nel senso che non l’ho mai usato quindi non saprei ma da quanto ho letto l’efficacia a queste percentuali divrebbe essere la medesima. Peró appunto aspetta il parere di R.

      • Grazie Rox seguirò i tuoi consigli. Dagli articoli di Rodolfo non son riuscita a capire qual’è il più performante. Spero ci faccia un articolo :)

  5. Ora farò una domanda forse scontata (ma per me non lo è).
    In passato ho avuto problemi di orange spot anche se pra con gli antiossidanti e la roe va meglio. Produco sapone home made da alcuni anni ma ancora in giro c’è disinformazione su quale sia il miglior metodo di conservazione per prolungarne la vita. C’è chi dice che deve respirare e quindi consiglia di riporre in scatole di legno o cartone, c’è chi dice che invece stando all’aria, dopo il periodo di stagionatura, è maggiormente a rischio di “attacchi” da parte di umidità e quindi lo imbusta con cellophane o simili. A suo vedere qual’è la scelta migliore? Io penso che incartandolo rimanga anche il profumo più a lungo e non capisco come potrebbe irrancidire prima come alcuni sostengono ma vorrei appunto il suo parere se possibile.

    • premesso che nel mio blog è obbligatorio darsi del tu e soprattutto darlo a me che sennò mi sento vecchio :) ,
      Il problema è che nell’autoproduzione non si sa quanta umidità residua è rimasta nel sapone, per questo si parla impropriamente di farlo “respirare”…ovviamente i sassi non respirano ed al massimo si spera che esponendolo a lungo in un ambiente più secco perda la sua umidità.
      Dopo di che, comunque meno lo si espone ad umidità e ossigeno dell’aria , ma anche alla luce, più è stabile. Quindi ottima la pratica di incartarlo, incellofanarlo, ecc. Concordo che si ha anche il vantaggio di far durare più a lungo i profumi. Chi proprio vuole conservare saponi non molta umidità dentro, magari perché gli piace l’effetto molliccio pastoso, ha un bel problema di conservazione.

      • Ahaha ma chi vorrebbe conservare saponi mollicci? Io li incarto dopo 2 mesi

  6. Durante la mia tesi di laurea mi sono occupata di studi di antiossidanti provenienti da una materia prima naturale. Ho utilizzato alcune frazioni di estratti e composti isolati su campioni di biodiesel. Studiando a fondo questa materia e valutando i risultati ottenuti ho imparato che non si può determinare a priori il migliore sistema conservante e la sua concetrazione per un determinato sistema. Troppe variabili da considerare (persino le posizioni degli acidi grassi nel trigliceride sono determinanti). Un ottimo e utilissimo strumento, purtroppo poco diffuso nel mondo della cosmesi, è il Rancimat che permette di determinare la curva di autossidazione di un olio o emulsione.

    • Molto interessante grazie per il contributo. Personalmente mi sono convinto che oltre che il numero di doppi legami la suscettibilità all’ossidazione dipende anche dalla distanza tra loro. Forse per questo la diversa distribuzione degli acidi grassi nei trigliceridi produce diversi comportamenti. Magari qualche ricercatore o esperto che frequenta il blog può dire la sua. Concordo assolutamente sull’importanza dei dati OSI ricavati con il Rancimat, anche se variando parametri, temperature e flussi si ottengono dati non omogenei.

  7. Grazie per l’articolo. Ero tra chi chiedeva chiarimenti in merito. Peró ancora non capisco se quindi assieme al gluconato (green) sia consigliabile quindi l’oleoresina di rosmarino e se si in quale percentuale visto che, se non ho capito male, se fosse in eccesso potrebbe peggiorare la situazione.
    In passato la usavo in 10/18 gocce x kg di oli usati.

    • Non volevo certamente confutare la tesi di Dunn, anzi, magari ce ne fossero altri di approcci empirici dove vengono verificate le informazioni che circolano.
      Ma l’approccio che consiglio è diverso e parte da una domanda :
      Perché i saponi industriali non hanno i DOS ? la risposta è che non esiste nessun ingrediente segreto e miracoloso che impedisce ai DOS di formarsi, ma una strategia che complessivamente riduce enormemente il rischio di instabilità. Quindi affermare come fa Dunn che oleoresina e acido citrico non funzionano è fuorviante. Non basta dire olio di oliva, che olio è stato usato ? ci sono in giro “oli del contadino” con tanti di quei contaminanti e pro-ossidanti dentro che non puoi stabilizzarli neanche con i migliori anti-ossidanti sintetici.Non basta dire estratto di rosmarino . Che estratto è stato usato ? Ne conosco 5 o 6 molto diversi per qualità e prestazioni tra di loro. Nel mio piccolo ho cercato di evidenziare che gli antiossidanti fenolici come quelli basati su acidi idrossibenzoici sono per loro natura portati a generare cromofori, quindi loro stessi, usati male, possono essere causa di discoloration, magari interagendo con gli antiossidanti già presenti nell’olio, naturalmente o aggiunti dal fornitore dell’olio.
      Mi piace troppo chi si autoproduce cosmetici o saponi , ci vuole curiosità, voglia di studiare, di sperimentare. Per questo non rispondo a chi vuole specifiche indicazioni formulative. La concentrazione dei chelanti dipende dal tipo di chelante e da cosa deve fare. Ho parlato di concentrazioni dei gluconati dell’ordine dello 0,4% per evidenziare come, a parità di durezza dell’acqua, ne servisse in genere di più rispetto agli etidronati o edta.
      In un sapone da bucato l’edta si comporta come vero chelante più che come builder, ammesso che sia chiara la distinzione, interferendo con i ponti superficie-Ca-sporco e con la formazione di Ca-stearate.
      Ma se la formulazione non deve rispondere a specifiche green ci sono anche altre soluzioni formulative e sistemi anti-ossidanti che si possono utilizzare.
      Mi è stato chiesto di approfondire le problematiche di formulare green dei detersivi e con un po’ di calma penso di scrivere qualcosa.

      • Grazie x la risposta. Chiedendo percentuali di utilizzo non era semplicemente perchè volevo la pappa pronta. Faccio sapone autoprodotto ma non conosco la chimica e tante cose non le comprendo seppur leggo i tuoi interventi con attenzione. Domandavo per cercare di fare un buon prodotto che potesse preservarmi il più possibile nel tempo quindi seguirò le indicazioni che trovo in rete sui vari gruppi dedicati. Purtroppo non ho ne il tempo ne le possibilità di mettermi a studiare chimica adesso. Grazie comunque di tutto

      • Penso che l’autoproduzione proprio perché non vincolata da diktat commerciali e con meno vincoli normativi possa uscire dal copia-incolla formulativo che a mio giudizio ha impoverito il mercato cosmetico. I fornitori di materie prime forniscono formule preconfezionate che vengono replicate con piccole variazioni da marche più o meno grandi…. Cosmetici tutti simili tra loro senza nessuna nuova idea. Chi si autoproduce può sperimentare, sulla propria pelle , approcci diversi . Mi piace condividere qualche idea nuova, come quella di utilizzare l’acido lattobionico come chelante, l’emblica come antiossidante ecc.. ma preferisco non dare indicazioni precise, ognuno deve fare i propri studi ed i propri errori.
        Comunque per preparare un buon soufflèe, che tecnologicamente è molto più complesso di tanti cosmetici, non è necessario studiare chimica anche se capirne un po’ di più aiuta.

      • Purtroppo in cucina sono una schiappa. Grazie comunque x le tante informazioni

  8. consigli preziosi e che seguirò :)

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