Chemofobia e cosmetico ECO-BIO

Chemofobia e cosmetico ECO-BIO

 

Anonimo a commento dell’articolo di Luigi Rigano su  LA RASSICURAZIONE NATURALE mi pone alcune domande che richiedono risposte più dettagliate:
- se io decido di usare solo cosmetici “ecobio” non per chemofobia bensì perchè voglio inquinare il meno possibile, mi sto solo illudendo? in realtà inquino tanto quanto inquinerei usando un cosmetico tradizionale a base di paraffina, siliconi, peg, edta, ecc.?

ECO-BIO è un segmento di mercato . In sostanza una segmentazione dell’offerta per soddisfare meglio una specifica domanda di alcuni consumatori. Personalmente preferisco chiamarlo GREEN visto che il consumatore standard di questo segmento è anche spesso ideologicamente o culturalmente orientato verso i movimenti o partiti cosiddetti VERDI , i GREEN appunto.

L’offerta di cosmetici GREEN è oggi molto ampia e ci sono anche aziende molto serie e rigorose nel rispetto di specifiche di produzione che riducono al massimo il possibile impatto ambientale del prodotto. Purtroppo la valutazione di questi fattori è molto difficile ed il consumatore non ha molte possibilità di valutare quanto quello che le aziende o gli enti certificazione privati raccontano.

Sulla questione dell’impatto ambientale di paraffine o altri ingredienti di cosmetici contenuti in package di plastica, sospetto che più che di illusione del consumatore, il più delle volte si tratti di vere e proprie prese in giro. Ci si preoccupa dell’inquinamento di 1 grammo o qualche milligrammo di derivato petrolifero poi si utilizzano 10-30 gr di plastiche, magari non biodegradabili, nel contenitore che poi si butta .

- se fossi chemofobico, sarei un illuso a credere che usare pochissimi cosmetici e per di più con pochi ingredienti, possibilmente non inquinanti, comporterebbe meno rischi per la mia salute (se non altro indirettamente, perchè non inquinano il mio mondo)?

Se con fobia si intende paura e repulsione irrazionale, non ha senso cercare argomenti razionali per giustificarla. Consiglio questa lettura su il più pericoloso e diffuso ingrediente cosmetico: Il DHMO

- se evito ingredienti come l’imidazolidinyl urea o le triethanolamine perchè ho letto che sono, ipotesi, cessori do formaldeide e/o nitrosammine, mi sto solo facendo suggestionare? in realtà la quantità di queste sostanze nei cosmetici è per legge al di sotto delle soglie di rischio quindi non mi devo allarmare?

Gli ingredienti cosmetici non sono a priori “sicuri”. La norma per legge definisce che siano sicuri i cosmetici finiti che vengano messi sul mercato indipendentemente da che ingredienti contengono. Solo alcuni ingredienti con specifiche funzioni sottostanno a precise restrizioni d’uso dove per legge vengono indicate le massime concentrazioni ammesse ed il tipo di utilizzo.

Tra questi ci sono i conservanti e tra questi quelli cessori di formaldeide. Visto che la formaldeide è un prodotto di reazione quasi ubiquitario, ce ne è quasi dappertutto: nello spazio cosmico, nel nostro sangue, nel fumo del caminetto ( quando brucia legna o vegetali , tuttora il principale gettito di formaldeide nell’atmosfera pare sia dovuto a combustione) , nei volatili (odori o  puzze) organici di migliaia di prodotti organici, dalla nostra pupu, ad alcuni frutti… è evidente che non è un veleno mortale a qualunque dose.

Una commissione scientifica ha valutato che le concentrazioni di formaldeide o meglio del suo monomero idrato methanediol o glicole metilenico che si possono trovare nei cosmetici  a seguito dell’utilizzo di conservanti cessori di formaldeide è sicura, cioè non da effetti avversi esclusa l’allergia, con un margine di sicurezza superiore a 100 ( cioè la concentrazione con cui compaiono e sono segnalati possibili affetti avversi è almeno 100 volte superiore della massima concentrazione ammessa nel cosmetico).
L’azione antimicrobica della formaldeide contenuta nel fumo di legna ( assieme ai fenoli ) è uno dei principali fattori della maggiore conservazione delle carni affumicate.

Se sei formaldeide fobico ( o semplicemente ti fidi di più di quello che si racconta su internet rispetto a quello che dicono i comitati scientifici preposti alla sicurezza dei consumatori ) e quindi non vuoi trovarne nel cosmetico a qualunque dose, considera che non sai e neppure puoi immaginare quante centinaia di reazioni con idrossiacidi o oli essenziali e perossidi possono liberare formaldeide all’interno di un cosmetico.

Le amine del tipo trietanolamina possono generare ad alcune specifiche condizioni nitrosamine esattamente come potrebbero farlo alcuni aminoacidi o la lecitina. La normale lecitina può proprio come il TEA a certe condizione liberare nitrosamine.

Quindi se sei nitrosamine-fobico o non vuoi nessun cosmetico che potrebbe contenere a certe condizioni nitrosamine devi evitare MEA,DEA,TEA ecc. ma anche lecitina sarcosina, sarcosinati vari ecc. ecc.

Indipendentemente dalle bufale e allarmismi che circolano su internet l’industria cosmetica, quella seria , ha precise linee guida formulative per ridurre il rischio nitrosamine nei cosmetici, visto che il cosmetico che si mette sul mercato, indipendentemente dai suoi ingredienti, deve essere sicuro.

- se una sostanza è inquinante, non lo è SEMPRE a prescindere dalla dose presente nel cosmetico? 1ml qua più 1ml là fanno in totale litri e litri di sostanza inquinante che si riversa nel mare, no?

NO, Non esistono sostanze inquinanti, tantomeno SEMPRE inquinanti. Questo è il grande inganno. Se mi permetti un approccio zen, le sostanze SONO. punto.
Inquinante può essere solo il loro utilizzo. Inquinante può essere l’uomo, se non consideriamo i fenomeni naturali,  non questa o quella sostanza.

Gli atomi e le molecole non hanno nessuna colpa o responsabilità se non quella di esistere.

Nell’utilizzo o cattivo utilizzo , nella produzione o estrazione la quantità, la dose, è determinante per inquinare.
Faccio un esempio: il petrolio esiste. punto. Ce ne sono miliardi di tonnellate nel sottosuolo. Se lo lasciamo li inquiniamo ? Ovviamente NO.
Se ne preleviamo 1 grammo e lo buttiamo in mare stiamo inquinando ? ovviamente NO.
Quando ne buttiamo in mare o nel suolo varie tonnellate inquiniamo ? SI.

Per l’uomo come per l’ambiente è la dose che fa il veleno.

- se Zago dice che una sostanza è inquinante è solo una sua opinione? cioè, ci sono sostanze che Zago considera inquinanti ma che in realtà non lo sono? possibile che non si possa avere certezza oggettiva nemmeno su questo?

se qualcuno dicesse che una sostanza è inquinante a priori, solo perché esiste, sarebbe solo una sua opinione e sarebbe anche un nonsenso. Questa è una certezza oggettiva. Visto che chiunque, me compreso, può dire sciocchezze, non è il caso di farne tragedie, ma se si vuole affrontare e comprendere le problematiche ecologiche si deve smettere di fare la guerra agli elementi ed alle sostanze.

Gli atomi, poverini, si sono per lo più formati col big bang e da allora sono tutti assolutamente uguali tra loro. Un atomo di carbonio non può essere RAZZISTA, non può preferire l’atomo di carbonio di un pezzo di legno e disprezzare quello di un pezzo di plastica, in quanto sa, che sono esattamente UGUALI indipendentemente dalle loro origini.

Da Il Sistema Periodico, Primo Levi: Il carbonio

CARBONIO

Il lettore, a questo punto, si sarà accorto da un pezzo che questo non è un trattato di chimica: la mia presunzione non giunge a tanto, ‘ma voix est foible, et même un peu profane’. Non è neppure un’autobiografia, se non nei limiti parziali e simbolici in cui è  un’autobiografia ogni scritto, anzi, ogni opera umana: ma storia in qualche modo è pure. È, o avrebbe voluto essere, una microstoria, la  storia di un mestiere e delle sue sconfitte, vittorie e miserie, quale ognuno desidera raccontare quando sente prossimo a conchiudersi  l’arco della propria carriera, e l’arte cessa di essere lunga.

Giunto a questo punto della vita, qualche chimico, davanti alla tabella del Sistema Periodico, o agli indici monumentali del Beilstein o del Landolt, non vi ravvisa sparsi i tristi brandelli, o i trofei, del proprio passato professionale? Non ha che da sfogliare un qualsiasi trattato, e le memorie sorgono a grappoli: c’è fra noi chi ha legato il suo destino, indelebilmente, al bromo o al propilene o al gruppo Nco o all’acido glutammico; ed ogni studente in chimica, davanti ad un qualsiasi trattato, dovrebbe essere consapevole che in una di quelle pagine, forse in una sola riga o formula o parola, sta scritto il suo avvenire, in caratteri indecifrabili, ma che diverranno chiari “poi”: dopo il successo o l’errore o la colpa, la vittoria o la disfatta. Ogni chimico non più giovane, riaprendo alla pagina “verhängnisvoll” quel medesimo trattato, è percosso da amore o disgusto, si rallegra o dispera.

Così avviene, dunque, che ogni elemento dica qualcosa a qualcuno (a ciascuno una cosa diversa), come le valli o le spiagge visitate in giovinezza: si deve forse fare un’eccezione per il carbonio, perché dice tutto a tutti, e cioè non è specifico, allo stesso modo che Adamo non è specifico come antenato; a meno che non si ritrovi oggi (perché no?) il chimico-stilita che ha dedicato la sua vita alla grafite o al diamante. Eppure, proprio verso il carbonio ho un vecchio debito, contratto in giorni per me risolutivi. Al carbonio, elemento della vita, era rivolto il mio primo sogno letterario, insistentemente sognato in un’ora e in un luogo nei quali la mia vita non valeva molto: ecco, volevo raccontare la storia di un atomo di carbonio. È lecito parlare di “un certo” atomo di carbonio? Per il chimico esiste qualche dubbio, perché non si conoscono fino ad oggi (1970) tecniche che consentano di vedere, o comunque isolare, un singolo atomo; nessun dubbio esiste per il narratore, il quale pertanto si dispone a narrare.

Il nostro personaggio giace dunque da centinaia di milioni di anni, legato a tre atomi d’ossigeno e ad uno di calcio, sotto forma di roccia calcarea: ha già una lunghissima storia cosmica alle spalle, ma la ignoreremo. Per lui il tempo non esiste, o esiste solo sotto forma di pigre variazioni di temperatura, giornaliere e stagionali, se, per la fortuna di questo racconto, la sua giacitura non è troppo lontana dalla superficie del suolo. La sua esistenza, alla cui monotonia non si può pensare senza orrore, è un’alternanza spietata di caldi e di freddi, e cioè di oscillazioni (sempre di ugual frequenza) un po’ più strette o un po’ più ampie: una prigionia, per lui potenzialmente vivo, degna dell’inferno cattolico. A lui, fino a questo momento, si addice dunque il tempo presente, che è quello della descrizione, anziché uno dei passati, che sono i tempi di chi racconta: è congelato in un eterno presente, appena scalfito dai fremiti moderati dell’agitazione termica. Ma, appunto per la fortuna di chi racconta, che in caso diverso avrebbe finito di raccontare, il banco calcareo di cui l’atomo fa parte giace in superficie. Giace alla portata dell’uomo e del suo piccone (onore al piccone ed ai suoi più moderni equivalenti: essi sono tuttora i più importanti intermediari nel millenario dialogo fra gli elementi e l’uomo): in un qualsiasi momento, che io narratore decido per puro arbitrio essere nell’anno 1840, un colpo di piccone lo staccò e gli diede l’avvio verso il forno a calce, precipitandolo nel mondo delle cose che mutano.

Venne arrostito affinché si separasse dal calcio, il quale rimase per così dire coi piedi in terra e andò incontro ad un destino meno brillante che non narreremo; lui, tuttora fermamente abbarbicato a due dei tre suoi compagni ossigeni di prima, uscì per il camino e prese la via dell’aria. La sua storia, da immobile, si fece tumultuosa. Fu colto dal vento, abbattuto al suolo, sollevato a dieci chilometri. Fu respirato da un falco, discese nei suoi polmoni precipitosi, ma non penetrò nel suo sangue ricco, e fu espulso. Si sciolse per tre volte nell’acqua del mare, una volta nell’acqua di un torrente in cascata, e ancora fu espulso. Viaggiò col vento per otto anni: ora alto, ora basso, sul mare e fra le nubi, sopra foreste, deserti e smisurate distese di ghiaccio; poi incappò nella cattura e nell’avventura organica. Il carbonio, infatti, è un elemento singolare: è il solo che sappia legarsi con se stesso in lunghe catene stabili senza grande spesa di energia, ed alla vita sulla terra (la sola che finora conosciamo) occorrono appunto lunghe catene. Perciò il carbonio è l’elemento chiave della sostanza vivente: ma la sua promozione, il suo ingresso nel mondo vivo, non è agevole, e deve seguire un cammino obbligato, intricato, chiarito (e non ancora definitivamente) solo in questi ultimi anni. Se l’organicazione del carbonio non si svolgesse quotidianamente intorno a noi, sulla scala dei miliardi di tonnellate alla settimana, dovunque affiori il verde di una foglia, le spetterebbe di pieno diritto il nome di miracolo.

L’atomo di cui parliamo, accompagnato dai suoi due satelliti che lo mantenevano allo stato di gas, fu dunque condotto dal vento, nell’anno 1848, lungo un filare di viti. Ebbe la fortuna di rasentare una foglia, di penetrarvi, e di esservi inchiodato da un raggio di sole.

Se qui il mio linguaggio si fa impreciso ed allusivo, non è solo per mia ignoranza: questo avvenimento decisivo, questo fulmineo lavoro a tre, dell’anidride carbonica, della luce e del verde vegetale, non è stato finora descritto in termini definitivi, e forse non lo sarà per molto tempo ancora, tanto esso è diverso da quell’altra chimica “organica” che è opera ingombrante, lenta e ponderosa dell’uomo: eppure questa chimica fine e svelta è stata “inventata” due o tre miliardi d’anni addietro dalle nostre sorelle silenziose, le piante, che non sperimentano e non discutono, e la cui temperatura è identica a quella dell’ambiente in cui vivono. Se comprendere vale farsi un’immagine, non ci faremo mai un’immagine di uno happening la cui scala è il milionesimo di millimetro, il cui ritmo è il milionesimo di secondo, ed i cui attori sono per loro essenza invisibili. Ogni descrizione verbale sarà mancante, ed una varrà l’altra: valga quindi la seguente.

Entra nella foglia, collidendo con altre innumerevoli (ma qui inutili) molecole di azoto ed ossigeno. Aderisce ad una grossa e complicata molecola che lo attiva, e simultaneamente riceve il decisivo messaggio dal cielo, sotto la forma folgorante di un pacchetto di luce solare: in un istante, come un insetto preda del ragno, viene separato dal suo ossigeno, combinato con idrogeno e (si crede) fosforo, ed infine inserito in una catena, lunga o breve non importa, ma è la catena della vita. Tutto questo avviene rapidamente, in silenzio, alla temperatura e pressione dell’atmosfera, e gratis: cari colleghi, quando impareremo a fare altrettanto saremo “sicut Deus”, ed avremo anche risolto il problema della fame nel mondo.

Ma c’è di più e di peggio, a scorno nostro e della nostra arte. L’anidride carbonica, e cioè la forma aerea del carbonio di cui abbiamo finora parlato: questo gas che costituisce la materia prima della vita, la scorta permanente a cui tutto ciò che cresce attinge, e il destino ultimo di ogni carne, non è uno dei componenti principali dell’aria, bensì un rimasuglio ridicolo, un’«impurezza”, trenta volte meno abbondante dell’argon di cui nessuno si accorge.

L’aria ne contiene il 0,03 per cento: se l’Italia fosse l’aria, i soli italiani abilitati ad  edificare la vita sarebbero ad esempio i 15.000 abitanti di Milazzo, in provincia di Messina. Questo, in scala umana, è un’acrobazia  ironica, uno scherzo da giocoliere, una incomprensibile ostentazione di onnipotenza-prepotenza, poiché da questa sempre rinnovata  impurezza dell’aria veniamo noi: noi animali e noi piante, e noi specie umana, coi nostri quattro miliardi di opinioni discordi, i nostri  millenni di storia, le nostre guerre e vergogne e nobiltà e orgoglio. Del resto, la nostra stessa presenza sul pianeta diventa risibile in  termini geometrici: se l’intera umanità, circa 250 milioni di tonnellate, venisse ripartita come un rivestimento di spessore omogeneo su  tutte le terre emerse, la “statura dell’uomo” non sarebbe visibile ad occhio nudo; lo spessore che si otterrebbe sarebbe di circa sedici  millesimi di millimetro.

Ora il nostro atomo è inserito: fa parte di una struttura, nel senso degli architetti; si è imparentato e legato con cinque compagni, talmente identici a lui che solo la finzione del racconto mi permette di distinguerli. È una bella struttura ad anello, un esagono quasi regolare, che però va soggetto a complicati scambi ed equilibri con l’acqua in cui sta sciolto; perché ormai sta sciolto in acqua, anzi, nella linfa della vite, e questo, di stare sciolti, è obbligo e privilegio di tutte le sostanze che sono destinate a (stavo per dire «desiderano») trasformarsi. Se poi qualcuno volesse proprio sapere perché un anello, e perché esagonale, e perché solubile in acqua, ebbene, si dia pace: queste sono fra le non molte domande a cui la nostra dottrina sa rispondere con un discorso persuasivo, accessibile a tutti, ma fuori luogo qui.

È entrato a far parte di una molecola di glucosio, tanto per dirla chiara: un destino né carne né pesce, mediano, che lo prepara ad un primo contatto col mondo animale, ma non lo autorizza alla responsabilità più alta, che è quella di far parte di un edificio proteico. Viaggiò dunque, col lento passo dei succhi vegetali, dalla foglia per il picciolo e per il tralcio fino al tronco, e di qui discese fino a un grappolo quasi maturo. Quello che seguì è di pertinenza dei vinai: a noi interessa solo precisare che sfuggì (con nostro vantaggio, perché non la sapremmo ridurre in parole) alla fermentazione alcoolica, e giunse al vino senza mutare natura.

È destino del vino essere bevuto, ed è destino del glucosio essere ossidato. Ma non fu ossidato subito: il suo bevitore se lo tenne nel fegato per più d’una settimana, bene aggomitolato e tranquillo, come alimento di riserva per uno sforzo improvviso; sforzo che fu costretto a fare la domenica seguente, inseguendo un cavallo che si era adombrato. Addio alla struttura esagonale: nel giro di pochi istanti il gomitolo fu dipanato e ridivenne glucosio, questo venne trascinato dalla corrente del sangue fino ad una fibrilla muscolare di una coscia, e qui brutalmente spaccato in due molecole d’acido lattico, il tristo araldo della fatica: solo più tardi, qualche minuto dopo, l’ansito dei polmoni poté procurare l’ossigeno necessario ad ossidare con calma quest’ultimo.

Così una nuova molecola d’anidride carbonica ritornò all’atmosfera, ed una parcella dell’energia che il sole aveva ceduta al tralcio passò dallo stato di energia chimica a quello di energia meccanica e quindi si adagiò nella ignava condizione di calore, riscaldando impercettibilmente l’aria smossa dalla corsa ed il sangue del corridore. «Così è la vita», benché raramente essa venga così descritta: un inserirsi, un derivare a suo vantaggio, un parassitare il cammino in giù dell’energia, dalla sua nobile forma solare a quella degradata di calore a bassa temperatura. Su questo cammino all’ingiù, che conduce all’equilibrio e cioè alla morte, la vita disegna un’ansa e ci si annida. Siamo di nuovo anidride carbonica, del che ci scusiamo: è un passaggio obbligato, anche questo; se ne possono immaginare o inventare altri, ma sulla terra è così. Di nuovo vento, che questa volta porta lontano: supera gli Appennini e l’Adriatico, la Grecia l’Egeo e Cipro: siamo sul Libano e la danza si ripete. L’atomo di cui ci occupiamo è ora intrappolato in una struttura che promette di durare a lungo: è il tronco venerabile di un cedro, uno degli ultimi; è ripassato per gli stadi che abbiamo già descritti, ed il glucosio di cui fa parte appartiene, come il grano di un rosario, ad una lunga catena di cellulosa. Non è più la fissità allucinante e geologica della roccia, non sono più i milioni di anni, ma possiamo bene parlare di secoli, perché il cedro è un albero longevo.

È in nostro arbitrio abbandonarvelo per un anno o per cinquecento: diremo che dopo vent’anni (siamo nel 1868) se ne occupa un tarlo. Ha scavato la sua galleria fra il  tronco e la corteccia, con la voracità ostinata e cieca della sua razza; trapanando è cresciuto, il suo cunicolo è andato ingrossando.

Ecco, ha ingoiato ed incastonato in se stesso il soggetto di questa storia; poi si è impupato, ed è uscito in primavera sotto forma di una brutta farfalla grigia che ora si sta asciugando al sole, frastornata ed abbagliata dallo splendore del giorno: lui è là, in uno dei mille occhi dell’insetto, e contribuisce alla visione sommaria e rozza con cui esso si orienta nello spazio. L’insetto viene fecondato, depone le uova e muore: il piccolo cadavere giace nel sottobosco, si svuota dei suoi umori, ma la corazza di chitina resiste a lungo, quasi indistruttibile. La neve e il sole ritornano sopra di lei senza intaccarla: è sepolta dalle foglie morte e dal terriccio, è diventata una spoglia, una «cosa», ma la morte degli atomi, a differenza dalla nostra, non è mai irrevocabile. Ecco al lavoro gli onnipresenti, gli instancabili ed invisibili becchini del sottobosco, i microrganismi dell’humus. La corazza, coi suoi occhi ormai ciechi, è lentamente disintegrata, e l’ex bevitore, ex cedro, ex tarlo ha nuovamente preso il volo.

Lo lasceremo volare per tre volte intorno al mondo, fino al 1960, ed a giustificazione di questo intervallo così lungo rispetto alla misura umana faremo notare che esso è invece assai più breve della media: questa, ci si assicura, è di duecento anni. Ogni duecento anni, ogni atomo di carbonio che non sia congelato in materiali ormai stabili (come appunto il calcare, o il carbon fossile, o il diamante, o certe materie plastiche) entra e rientra nel ciclo della vita, attraverso la porta stretta della fotosintesi. Esistono altre porte? Sì, alcune sintesi create dall’uomo; sono un titolo di nobiltà per l’uomo-fabbro, ma finora la loro importanza quantitativa è trascurabile. Sono porte ancora molto più strette di quella del verde vegetale: consapevolmente o no, l’uomo non ha cercato finora di competere con la natura su questo terreno, e cioè non si è sforzato di attingere dall’anidride carbonica dell’aria il carbonio che gli è necessario per nutrirsi, per vestirsi, per riscaldarsi, e per i cento altri bisogni più sofisticati della vita moderna. Non lo ha fatto perché non ne ha avuto bisogno: ha trovato, e tuttora trova (ma per quanti decenni ancora?), gigantesche riserve di carbonio già organicato, o almeno ridotto.

Oltre al  mondo vegetale ed animale, queste riserve sono costituite dai giacimenti di carbon fossile e di petrolio: ma anche questi sono eredità di attività fotosintetiche compiute in epoche lontane, per cui si può bene affermare che la fotosintesi non è solo l’unica via per cui il carbonio si fa vivente, ma anche la sola per cui l’energia del sole si fa utilizzabile chimicamente.

Si può dimostrare che questa storia, del tutto arbitraria, è tuttavia vera. Potrei raccontare innumerevoli storie diverse, e sarebbero tutte vere: tutte letteralmente vere, nella natura dei trapassi, nel loro ordine e nella loro data. Il numero degli atomi è tanto grande che se ne troverebbe sempre uno la cui storia coincida con una qualsiasi storia inventata a capriccio. Potrei raccontare storie a non finire, di atomi  di carbonio che si fanno colore o profumo nei fiori; di altri che, da alghe minute a piccoli crostacei, a pesci via via più grossi, ritornano anidride carbonica nelle acque del mare, in un perpetuo spaventoso girotondo di vita e di morte, in cui ogni divoratore è immediatamente divorato; di altri che raggiungono invece una decorosa semi-eternità nelle pagine ingiallite di qualche documento d’archivio, o nella tela di un pittore famoso; di quelli a cui toccò il privilegio di fare parte di un granello di polline, e lasciarono la loro impronta fossile nelle rocce per la nostra curiosità; di altri ancora che discesero a far parte dei misteriosi messaggeri di forma del seme umano, e parteciparono al sottile processo di scissione duplicazione e fusione da cui ognuno di noi è nato. Ne racconterò invece soltanto ancora una, la più segreta, e la racconterò con l’umiltà e il ritegno di chi sa fin dall’inizio che il suo tema è disperato, i mezzi fievoli, e il mestiere di rivestire i fatti con parole fallimentare per sua profonda essenza.

È di nuovo fra noi, in un bicchiere di latte. È inserito in una lunga catena, molto complessa, tuttavia tale che quasi tutti i suoi anelli sono accetti dal corpo umano. Viene ingoiato: e poiché ogni struttura vivente alberga una selvaggia diffidenza verso ogni apporto di altro materiale di origine vivente, la catena viene meticolosamente frantumata, ed i frantumi, uno per uno, accettati o respinti. Uno, quello che ci sta a cuore, varca la soglia intestinale ed entra nel torrente sanguigno: migra, bussa alla porta di una cellula nervosa, entra e soppianta un altro carbonio che ne faceva parte. Questa cellula appartiene ad un cervello, e questo è il mio cervello, di me che scrivo, e la cellula in questione, ed in essa l’atomo in questione, è addetta al mio scrivere, in un gigantesco minuscolo gioco che nessuno ha ancora descritto. È quella che in questo istante, fuori da un labirintico intreccio di sì e di no, fa sì che la mia mano corra in un certo cammino sulla carta, la segni di queste volute che sono segni; un doppio scatto, in su ed in giù, fra due livelli d’energia guida questa mia  mano ad imprimere sulla carta questo punto: questo .


Riferimenti:

SCCP THE DETERMINATION OF CERTAIN FORMALDEHYDE RELEASERS IN
COSMETIC PRODUCTS

CIR review sulla formaldehyde

Chiarimento CIR Formaldehyde – Methylene Glycol

 

Rodolfo Baraldini

pubblicato 18 febbraio 2014

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6 Commenti

  1. Vorrei capire se i bagnoschiuma classici “non green” che si trovano al supermercato (credo siano tutti molto simili) sono inquinanti per l’ambiente acquatico.
    Ovviamente se ne versassi una bottiglia nell’acquario penso che i pesci non sarebbero molto contenti, ma pensando allo scarico della doccia e a fiumi o mare in cui va normalmente a finire la schiuma mi piacerebbe sapere se nel giro di qualche giorno/settimana il bagnoschiuma si dissolve o se continua a causare problemi agli organismi acquatici.
    Allo stesso modo vorrei sapere se le saponette hanno un impatto inferiore rispetto al bagnoschiuma (ovviamente se sono solo incartate la confezione è molto più ecologica della bottiglia di plastica, ma mi chiedo cosa succede nell’acqua).
    Ti tingrazio molto per l’attenzione

    • La materia dell’impatto ecologico dei cosmetici è complessa e non adeguatamente studiata. Ricordo una gruppo di lavoro, mi sembra olandese che a livello universitario cercava da tracciarne meglio le linee guida. al momento, soprattutto per i detergenti, tornano molto utili le ricerche ed il database redatto per l’ecolabel e le ricerche/dossier prodotti soprattutto per l’ecolabel nordico. Anche in sede reach l’impatto ambientale di alcune sostanze può portare all’introduzione di specifiche restrizioni. Nel database http://ec.europa.eu/environment/ecolabel/documents/did_list/didlist_part_a_en.pdf troverai che i saponi non hanno una ecotossicità tale da doverli preferire a priori rispetto ad altri tensioattivi. Comunque anche nell’ecologia è la dose che fa il veleno e le valutazioni di impatto ambientale vanno fatte considerando i volumi oltre che ogni specifico profilo tossicologico.

  2. Volendo scegliere prodotti rispettosi dell’ambiente e della pelle , visti i grossi limiti del biodizionario, come ci si può orientare ?

    • rispettoso per l’ambiente è una cosa, rispettoso per la pelle, un’altra. In entrambe i casi : è la dose che fa il veleno. È possibile fare scelte cosmetiche con un maggior rispetto per l’ambiente e per la propria pelle, scelte che io chiamo “green”, affidandosi a chi coerentemente posiziona il proprio prodotto in questo segmento di mercato, ricordando che comunque un cosmetico viene messo sul mercato per far guadagnare chi lo produce.
      Dovendomi affidare ad una marca, come discriminante adotto quella di evitare i raccontaballe , pertanto la trasparenza e veridicità della comunicazione sono fondamentali. Baggianate e bufale, verdi o gialle non fa differenza, danno una buona indicazione di quanto è inaffidabile un venditore.
      La scelta consapevole è comunque problematica e visto che non mi piacciano i portabandiera dell’etica, i dispensatori di prebende e furbetti vari che fanno dell’ecologia, della salute, dell’etica un business, preferisco confrontarmi con le opinioni di frequenta il blog…
      http://www.nononsensecosmethic.org/?p=44147
      Sulle problematiche ambientali ed ecologiche collegate al cosmetico, circolano però idee molto confuse e mi piacerebbe approfondire il discorso.

  3. ciao, sono l’anonimo che ha fatto le domande, grazie per le risposte, ho trovato particolarmente interessante quella su formaldeide e nitrosammine

  4. …il brano estratto da “Il sistema periodico” di Levi e’ davvero una chicca, complimenti! Ho amato molto questo libro durante l’università ed è sempre un piacere rileggerne qualche brano…

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